Ma cos’è questa crisi…


Le responsabilità e il penoso teatrino di Salvini, il tardivo risveglio del presidente del Consiglio, la passione per le poltrone della Lega, il solito Pd alla Tafazzi, le conseguenze per gli italiani: cronaca della più paradossale crisi di governo della repubblica italiana

Le dimissioni di Conte hanno chiuso la prima parte della più paradossale e folle (ma non certo inattesa) crisi di governo della repubblica italiana. Con l’avvio delle consultazioni, si aprirà ora la seconda fase che porterà alla chiusura della crisi stessa, con la nascita di un nuovo governo o lo scioglimento delle Camere e l’indizione di nuove elezioni ( tra fine ottobre ed inizio di novembre).

Nell’attesa di capire cosa accadrà è opportuno, vista anche la confusione e il tentativo di cambiare le carte in tavola innestate dalla valanga di dichiarazioni e di proclami di queste ultime ore, chiarire alcuni punti fondamentali e valutare il comportamento di alcuni dei protagonisti di questo non edificante teatrino.

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Un unico responsabile della crisi

Che abbia fatto bene o male, che sia più che giustificato o no, qualsiasi sia il giudizio che legittimamente ognuno si è formato è indiscutibile che la responsabilità dell’apertura della crisi di governo è tutta di Matteo Salvini. Tra imbarazzanti “giri di valzer”, contraddizioni, affondi violenti e improvvise “retromarce”, fino al patetico ritiro della mozione di sfiducia, il leader della Lega negli ultimi giorni ha provato a confondere le idee, cercando di attribuire ad altri le colpe di questa “resa dei conti”. “Andiamo subito in Parlamento per prendere atto che non c’è più una maggioranza e restituiamo velocemente la parola agli elettori” aveva dichiarato il ministro dell’interno l’8 agosto scorso, accompagnando la dichiarazione con un atto formale, la presentazione della sfiducia nei confronti del presidente del Consiglio.

Il 20 agosto sfiduceremo il premier Conte” aveva ribadito il 14 agosto. Non ci possono essere dubbi, quindi, su chi ha voluto la crisi. Poi, naturalmente, chiunque ha legittimamente il diritto di cambiare idea. Poteva farlo anche Salvini, bastava semplicemente ritirare la mozione di sfiducia, anche un secondo prima che iniziasse il dibattito in Senato. Invece l’ha fatto solo dopo che Conte aveva annunciato le dimissioni. Una penosa e patetica pantomima che può ingannare o confondere solo qualche ultras con i paraocchi.

“Incollati” alla poltrona

In un periodo in cui impera la propaganda demagogica, nel violento scontro tra le parti innestato dall’apertura della crisi non poteva certo mancare uno dei “refrain” più tipicamente demagogico, il riferimento all’attaccamento alla poltrona da parte dei politici. Salvini e la Lega l’hanno utilizzato ripetutamente nei confronti di chiunque provasse anche solo ad ipotizzare altre strade (cioè nuovi governi) invece che le elezioni. E’ innegabile che probabilmente ci sono diversi parlamentari che in effetti farebbero di tutto pur di non mollare il proprio seggio. La realtà dei fatti, però, dimostra in maniera inequivocabile che chi è realmente attaccato (praticamente “incollato) alla poltrona sono proprio il leader del Carroccio e i ministri leghisti.

La logica e la coerenza (termine sempre più sconosciuto nella politica italiana) richiedevano le dimissioni dei ministri leghisti, subito dopo la presentazione della mozione di sfiducia. “Siamo disposti a mettere in gioco le nostre poltrone, noi siamo al servizio del popolo” aveva dichiarato l’8 agosto scorso Salvini. Che, poi, il 12 agosto aveva ribadito: “Pronto a ritirare delegazione? Pronto a tutto. Non siamo attaccati alle poltrone, lo vedrete presto”. Siamo ancora tutti in attesa di vederlo. Conte si è dimesso, neppure uno dei ministri leghisti ha fatto la stessa cosa. E per fortuna che non erano attaccati alle poltrone…

C’era una volta Salvini l’infallibile…

Dal marzo 2018 le cronache politiche narrano con enfasi l’irresistibile ascesa di Matteo Salvini, un leader politico che non sbagliava una mossa, che con i suoi modi rozzi e discutibili quanto si vuole, ma sicuramente molto efficaci, è riuscito ad interpretare meglio di chiunque altro il sentimento di una larga fetta di italiani. Si è detto e scritto di tutto sull’efficacia della sua comunicazione, si è pontificato in lungo e in largo sulle sue straordinarie capacità di affabulatore, per certi versi molto sorprendenti. Perché, come ha ricordato martedì in Senato Renzi, il leader della Lega è da ormai 26 anni sulla scena politica e fino al marzo scorso nessuno sospettava che avesse simili qualità.

Alle europee la Lega ha superato il 34%, i sondaggi di luglio la davano vicina al 40%. Non sappiamo se e in che termini tutto ciò si ripercuoterà sulla Lega, ma è incredibile come negli ultimi 15 giorni Salvini abbia sbagliato praticamente tutto. A partire dai tempi e dai modi di apertura della crisi, passando per la sottovalutazione sulle possibili conseguenze per se e per il suo partito. Peggio ancora, quando forse se ne è reso conto è andato completamente nel panico e ha peggiorato la situazione, mostrando tutte le debolezze e i limiti di un leader politico non più impeccabile ma confuso e timoroso. Fino all’8 agosto era il grande e indiscusso protagonista principale della politica italiana, ora rischia di diventare un comprimario. Il suo destino e quella della Lega non dipendono più dalle sue mosse ma da quelle di altri esponenti politici.

Se dovesse nascere un governo di legislatura, si ritroverà all’opposizione fino al 2023, inevitabilmente con minore visibilità e poca possibilità di incidere. Non solo, i possibili guai giudiziari dei prossimi mesi (caso Savoini, Open Arms) inevitabilmente saranno molto più complicati da arginare e gestire non avendo il comodo paravento che ha avuto in questi mesi da ministro. Però Salvini è un politico fortunato e, probabilmente, l’insussistenza e l’incapacità dei suoi avversari politici potrebbero salvarlo e riportarlo prepotentemente al centro della scena.

Cambiano i segretari, ma il vero leader del Pd resta sempre Tafazzi…

Diciamo la verità, dopo 18 mesi il Pd non si era ancora ripreso dalla batosta delle elezioni del marzo 2018. Dopo un lungo travaglio era riuscito ad eleggere il nuovo segretario, quel Zingaretti che ha più i tratti del curatore fallimentare piuttosto che del leader capace di rianimare e rinvigorire un partito in coma profondo. Certo, c’è stato il “brodino caldo” delle europee, con quel 22,7% e la parziale soddisfazione del sorpasso sul M5S. Ma è innegabile che il Pd era ormai ai margini della scena politica italiana, incapace e impossibilitato di incidere. Poi, all’improvviso, la “follia” di Salvini l’ha clamorosamente riportato in gioco, potenzialmente rimettendolo al centro dello scenario.

Naturalmente sono comprensibili tutte le perplessità sull’affidabilità del M5S, ma un leader e un partito con un minimo di visione e di scaltrezza non esiterebbero un secondo a sfruttare quest’occasione, senza porre troppi veti e troppi ostacoli, senza chiedere troppe “poltrone” ma preoccupandosi esclusivamente dei contenuti. Invece anche questa grande opportunità è diventata l’ennesima occasione per dividersi, litigare, accusarsi reciprocamente. Uno spettacolo deprimente, che (magari sbaglieremo…) probabilmente porterà all’ennesimo suicidio  politico. Se, poi, fossero reali le voci che parlano di una sorta di tacito accordo tra Salvini e Zingaretti (prima che il leader leghista si muovesse per presentare la sfiducia) per andare subito ad elezioni, di fronte ad un segretario così autolesionista persino Tafazzi impallidirebbe…

Conte e il risveglio del bello addormentato… sulla poltrona!

Esperti e commentatori, quasi unanimemente, hanno sottolineato in maniera molto positiva il comportamento tenuto da Conte in questi ultimi giorni. Ed è indiscutibile che il suo appassionato discorso al Senato è stato davvero molto incisivo e di indiscussa caratura, così come è indiscutibile che (almeno dal nostro punto di vista) sono è condivisibile gran parte delle accuse rivolte dal premier a Salvini. Al di là di tutto, però, è inevitabile porsi qualche interrogativo: dove è stato in questi 14 mesi Conte? Come è possibile che, all’improvviso, solo ora si sia reso conto di quanto inappropriati e discutibili fossero determinati comportamenti del ministro dell’interno? O, invece, se davvero se ne era reso conto da subito, perché ha aspettato e ha tirato fuori certe cose solo ora, cioè solo dopo che Salvini ha presentato la mozione di sfiducia?

Dubbi che alimentano il sospetto che, se non ci fosse stata la “follia” del leader leghista, il premier non gli avrebbe mai contestato certi comportamenti. E che, inevitabilmente, rischiano di trasformare un discorso quasi unanimemente considerato di spessore in qualcosa di molto più basso, in una dura (pur se condivisibile) ripicca…

L’ossessione “inciucio”

Non crediamo che ci sarà mai un governo giallorosso (M5S e Pd). Ma, per sgombrare il campo da equivoci alimentati dalla solita imbarazzante ignoranza in materia, se mai dovesse realmente nascere non ci sono dubbi che sarebbe pienamente legittimo sotto ogni punto di vista. Per capirci ancora meglio, è pienamente legittimo così come lo era il governo gialloverde (M5S – Lega). Fino a che non verrà cambiata la Costituzione, la nostra è una repubblica parlamentare e il governo non viene votato dagli elettori ma viene deciso dalle due Camere. Ed il presidente della Repubblica non potrà mai sciogliere le Camere fino a che ci sarà una maggioranza di parlamentari che sostengono un governo, quale esso sia.

Se poi chi oggi (Salvini e i leghisti) grida all’inciucio e al tradimento fa riferimento al fatto che M5S e Pd erano avversari alle elezioni 2018 e, fino a pochi giorni fa, si sono scambiati accuse reciproche, evidentemente deve avere la memoria corta e, soprattutto, un tasso di coerenza pari allo zero. Perché, è opportuno ricordarlo, anche Lega e M5S erano avversari alle elezioni 2018, il Carroccio addirittura faceva parte della coalizione di centrodestra (senza la quale avrebbe ottenuto un numero di parlamentari inferiori che, probabilmente, non avrebbe permesso di far nascere il governo gialloverde). E quanto ad accuse e insulti reciproci non si erano certo risparmiati. Chi ora sbraita e minaccia il ricorso alla piazza dovrebbe fare pace con se stesso e mostrare un minimo di coerenza.

Le conseguenze delle crisi… sulla pelle degli italiani

Come da copione, in tutte le dichiarazioni ascoltate martedì in Senato c’è stato un continuo riferimento alle esigenze degli italiani. A parole tutti i leaders e gli esponenti politici hanno solennemente assicurato che tutte le loro scelte, le loro decisioni sono state prese esclusivamente nell’interesse degli italiani e non certo per interessi personali (o di partito). Superfluo sottolineare che nutriamo qualche piccola perplessità in proposito (il discorso vale per tutti…). Meno superfluo, invece, sottolineare quelle che potrebbero essere le conseguenze di questa paradossale crisi, soprattutto se la prossima settimana (dopo le consultazioni) Mattarella prenderà atto che non c’è alcuna possibilità di formare un nuovo governo e, quindi, scioglierà le Camere per indire nuove elezioni. Si è parlato a lungo dell’incubo Iva che incombe, con tutte le devastanti conseguenze che comporterebbe.

Non meno deleterio per gli italiani sarebbe il dover ricorrere all’esercizio provvisorio, nell’impossibilità di predisporre nei tempi la finanziaria. Ancora, se nelle prossime settimane non ci sarà alcun provvedimento in materia ad ottobre si concretizzerà definitivamente la “beffa” per i “terremotati” con la maxi rata per la restituzione della busta paga pesante. Sempre in tema di terremoto, servono al più presto una serie di provvedimenti, compresi quelli relativi al personale a disposizione delle strutture e dei comuni, per evitare che la già quasi inesistente ricostruzione rallenti ulteriormente. Ci sono, poi, diverse situazioni di crisi aziendali che, senza un governo in carica che possa provare a mediare, rischiano di finire nel modo peggiore.

Per non parlare, poi, dei tanti decreti attuativi mancanti per alcune delle misure chiave del governo Conte (dal decreto crescita, a quello dignità, passando anche per il decreto sicurezza) e senza i quali quelle stesse misure rischiano un pesante ridimensionamento.

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