L’infanzia violata: dall’Ascolano a Reggio Emilia lo stesso copione


L’inchiesta “Angeli e demoni” nel Reggiano, che coinvolge dirigenti comunali, assistenti sociali, psicoterapeuti, educatori, operatori socio sanitari e anche il sindaco di Bibbiano, ricorda sinistramente casi simili denunciati anni fa dall’associazione ascolana “Giù le mani dai bambini”

Una ferita che si riapre. Chi (come chi scrive) in passato si è dedicato per molto tempo “anima e corpo” a cercare di denunciare e far venire a galla certe atrocità (subendone direttamente anche le pesanti conseguenze), ha accolto con grandissimo dolore, ma purtroppo senza alcuna sorpresa, le terribili notizie provenienti da Reggio Emilia sulla vicenda dei presunti abusi sui bambini.

In un attimo ci sono tornate in mente immagini (anche terribilmente cruente) che avremmo voluto dimenticare per sempre (come se è possibile dimenticare la raffigurazione dell’orrore…), ci è sembrato di riascoltare le disperate invocazioni di quei poveri cuccioli che chiedevano solo di poter tornare tra le braccia di mamma e papà, l’inconsolabile strazio di chi si vede portare via, senza neppure capire il perché, ciò che di più caro ha al mondo (i figli).

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La squallida speculazione politica sul dramma di bambini e genitori

Avevamo creduto (sperato) che non ci saremmo mai più occupati di determinate vicende, avremmo preferito parlare di qualsiasi altra cosa piuttosto che rinvangare certe storie così strazianti. Perché, se non è neppure lontanamente pensabile comprendere l’atroce dolore che prova chi vive sulla propria pelle (parliamo ovviamente dei genitori e dei poveri bimbi) certi ignobili soprusi, possiamo con contezza sottolineare che è ugualmente straziante, almeno per chi ha un briciolo di sensibilità, anche solo raccontare certi terribili eventi.

Però non possiamo esimerci dal farlo di fronte a simili notizie, che riaprono un inquietante squarcio su un sistema di gestione dell’allontanamento dalle famiglie dei bambini che fa acqua da tutte le parti, ma anche di fronte alla solita reazione “cervellotica” dell’opinione pubblica e dei media. Divisi tra chi continua ad ignorare quella che è da sempre un’enorme piaga per il nostro paese e chi, invece, anche in questa situazione si abbassa ad utilizzare (o provare ad utilizzare) persino questa drammatica vicenda per becere e squallide strumentalizzazioni politiche.

Prendendo spunto dal fatto che da un lato il sindaco del Comune di Bibbiano (per altro indagato per abuso di ufficio e falso, non per eventuali crimini commessi a danno di minori) è del Pd e, dall’altro, che l’onlus coinvolta nelle vicenda del presunto lavaggio del cervello dei bambini (il Centro Studi Hansel e Gretel)  è finanziata dal M5S del Piemonte.

“L’inferno in provincia”: nel 2000 la denuncia dell’associazione “Giù le mani dai bambini”

Come abbiamo sottolineato, purtroppo le drammatiche notizie provenienti da Reggio Emilia non ci sorprendono più di tanto. Perché storie e vicende simili ci sono da anni e ogni volta, passato il clamore e lo sdegno momentaneo, nessuno concretamente fa nulla per cambiare un sistema a dir poco inadeguato, che fa acqua da tutte le parti e che, per come è strutturato, inevitabilmente si presta a queste gravissime deviazioni. In questi giorni molti hanno ricordato quanto di drammatico accadde a metà degli anni ’90 in provincia di Biella (per l’esattezza a Sagliano, una tragica storia simile a quella di Bibbiano chiusa con 4 suicidi), altri hanno ricordato lo scandalo scoppiato nella Bassa Padania.

Ma in quel periodo vicende non meno sconvolgenti e drammatiche sono avvenute anche nel nostro territorio. Era il novembre del 2000 quando, con il giornale “la Provincia”, pubblicavamo un reportage proprio su queste vicende. “L’inferno in provincia” era il titolo di un’inchiesta giornalistica dai contenuti scioccanti, frutto di mesi di approfondimenti con tanto di visione di immagini e video terrificanti, che non dimenticheremo mai, nata dalla denuncia dell’associazione ascolana “Giù le mani dai bambini”.

Il presidente di quell’associazione, Aldo Verdecchia, era stato a sua volta vittima di una vicenda che all’epoca fece scalpore (al punto che il “Maurizio Costanzo Show” gli dedicò un’intera puntata) e solo dopo 18 anni aveva potuto riabbracciare il figlio che gli era stato strappato quando non aveva neppure un anno. Nel frattempo con la sua associazione, supportato da avvocati ed esperti del settore, si era impegnato in una durissima battaglia a sostegno di quei bambini e dei loro genitori vittime, ma anche contro il barbaro e indegno sistema di allontanamento dei minori dalle proprie famiglie d’origine, favorito da norme troppo vaghe e generiche che producono delle vere e proprie bestialità  (ma, spesso, anche da inopportune collusioni tra autorità giudiziarie, sanitarie e religiose con vere e proprie organizzazioni criminali).

“Da anni nelle zone delle province di Ascoli e Macerata – denunciava il presidente dell’associazione, Aldo Verdecchia – operano indisturbate associazioni di pedofili e sette religiose che adescano e sfruttano minori. Si tratta di organizzazioni che risultano spesso più forti della legge e della giustizia perché in molti casi sono addirittura favorite e aiutate da autorità e funzionari deviati insospettabili che appartengono alle nostre istituzioni giudiziarie, sanitarie, religiose”.

“Il medioevo dell’innocenza”: il business dello sfruttamento dei minori

Il duemila sta diventando il medioevo dell’innocenza – aggiungeva l’ex ministro della famiglia, on. Guidi – lo sfruttamento dei minori è diventato un business più redditizio di traffici di droga e sigarette. E le Marche sono in prima linea su questa frontiera del rischio, in particolare le province di Ascoli e Macerata”.

In quegli anni, con articoli, inchieste e approfondimenti, abbiamo affiancato e supportato quell’associazione, occupandoci di alcuni casi particolari, denunciando in alcun casi l’inadeguatezza e la superficialità di alcune assistenti sociali e, soprattutto, l’intreccio equivoco tra chi era chiamato a decidere sul destino di quei bambini (il tribunale dei minorenni) e chi (alcune case famiglie) poi finiva per l’ottenere quel bene prezioso (sotto ogni punto di vista, anche e soprattutto economico) rappresentato dai bambini allontanati da casa.

E’ stato un periodo durissimo e faticosissimo perché il mettere in discussione e denunciare le storture di un sistema che, all’epoca, generava comunque un giro di affari (termine bruttissimo quando si parla del destino di bambini) enorme inevitabilmente ha provocato una fortissima reazione. Insieme con l’associazione “Giù le mani dai bambini” abbiamo subito attacchi violentissimi, di ogni genere. Intimidazioni, querele (tutte poi archiviate ma che inevitabilmente hanno provocato non pochi disagi), persino pesanti minacce personali e alle nostre famiglie.

Ne è valsa comunque la pena, ancor più per quelle (purtroppo rade) situazioni in cui i casi di cui ci siamo occupati hanno poi avuto il lieto fine (conserveremo sempre la struggente lettera di ringraziamento che due genitori fermani ci hanno scritto quando i loro due figlioletti, dopo una battaglia lunga quasi un anno, sono finalmente tornati a casa…).

Da Palazzo dei Capitani l’inascoltato grido di allarme

L’interesse destato da alcuni di quei casi per un periodo sembrò potesse produrre qualche effetto. Nell’aprile del 2004, con il supporto del Comune di Ascoli, “la Provincia” e l’associazione “Giù le mani dai bambini” organizzarono a palazzo dei Capitani un convegno sul tema nel corso del quale vennero innanzitutto resi noti gli sconcertanti numeri di quel business: oltre 28 mila bambini allontanati da casa e rinchiusi in quasi 2 mila case famiglie e istituti, da 70 a 140 euro al giorno la somma incassata (pagata dai Comuni) da quegli istituti per ogni bambino, un giro di affari di quasi 1 miliardo di euro all’anno.

Un business alimentato e favorito da norme a dir poco cervellotiche. Per lungo tempo si toglievano i figli ai genitori solo per violenze fisiche, psicologiche e sessuali. Poi le nuove norme hanno introdotto tra le cause di allontanamento il concetto della cosiddetta “capacità genitoriale” che può voler dire tutto o nulla e che, lasciato alla libera interpretazione di assistenti sociali e solerti giudici minorili, ha prodotto vere e proprie mostruosità.

Ci sono stati casi di bambini portati via perché i genitori manifestavano un “eccessivo legame affettuoso” o anche (come nel caso citato di quella famiglia fermana) perché “si preoccupano troppo di proteggerli dalle schifezze del mondo esterno”. I politici intervenuti a quel convegno promisero di battersi per rivedere e cambiare radicalmente quel sistema e per promuovere la petizione popolare (lanciata da “Giù le mani dai bambini” insieme ad altre associazioni) che chiedeva la reintroduzione del reato di plagio (cancellato nel 1981).

Asse trasversale in Parlamento con la reintroduzione del reato di plagio

Promesse vane, troppo forti gli interessi in ballo. In particolare la pressione esercitata su partiti e esponenti politici da parte del mondo religioso (non bisogna dimenticare che la grandissima maggioranza di case famiglie ed istituti all’epoca erano legate proprio al mondo religioso) non hanno permesso neppure di rimettere in discussione certe procedure, mentre un asse trasversale, guidato dalla Lega e da Forza Italia, non ha permesso in Parlamento neppure di discutere della possibile reintroduzione del reato di plagio.

Lasciata da sola, l’associazione ascolana ha comunque provato a portare avanti le proprie battaglie, ha continuato ad occuparsi di alcuni casi ma, inevitabilmente, pian piano la sua azione si è affievolita. Sul dramma degli allontanamenti e sul business ad esso legato è calato il silenzio, non perché qualcosa sia cambiato, semplicemente perché alla fine si è persa anche l’ultima voce di denuncia. Nel corso degli anni seguenti, poi, poco o nulla è cambiato, sono diminuite le case famiglie (ovviamente, è bene precisarlo, non bisogna mai generalizzare, ci sono tante case famiglie il cui contributo in questo campo è fondamentale), sono aumentati gli affidi familiari, ma nella sostanza poco è cambiato.

Così ogni tanto emergono determinate storie e nel complesso i numeri di questo indecente “business” sostanzialmente restano immutati rispetto a 15 anni fa (vedi articolo “Sequestri di Stato, l’infanzia rubata”).

A Bibbiano un copione già visto

Ora la vicenda di Bibbiano ha riportato l’attenzione su questa autentica “piaga” del nostro paese. Ed è significativo constatare come i contorni di quella storia siano, per chi si è occupato allora di situazioni simili, terribilmente familiari. Anche e soprattutto nei particolari, come (stando a quanto si legge agli atti) il fatto che i Servizi sociali omettevano di consegnare ai bambini lettere e regali dei genitori. O come la mistificazione e la manipolazione di disegni, affermazioni, persino dei ricordi dei bimbi per giustificare l’ingiustificabile.

Ora, come successe allora almeno a livello locale nella nostra zona, i fatti di Bibbiano hanno riacceso i riflettori su questo problema e in questi giorni, su alcuni giornali e sulle tv, si moltiplicano le segnalazioni di casi simili (ovviamente tutti da verificare). Il problema è che, come al solito, passato il clamore del momento pian piano non se ne parlerà più e tutto tornerà nel dimenticatoio. Invece sarebbe quanto mai opportuno una volta per tutte sfruttare l’occasione per mettere in discussione tutto il sistema degli allontanamenti e dei conseguenti affidamenti, per ridisegnare norme e regolamenti meno “disumani” e che non consentano di speculare anche su questo delicato tema.

Sarebbe importante anche riaprire la discussione sull’opportunità di reintrodurre nel nostro ordinamento il reato di plagio e manipolazione mentale. Speriamo davvero di sbagliare, ma la sensazione è che, al di là della solita bassa speculazione politica, presto su Bibbiano e su tutto quel mondo tornerà il più assoluto silenzio. Magari fino all’esplosione di un altro caso clamoroso…

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