Dalla Sea Watch alla procedura d’infrazione: il giornalismo che dimentica i fatti


Praticamente ignorate dalla maggioranza degli organi di informazione l’ordinanza del Gip di Agrigento, nella vicenda della Sea Watch, e la lettera con la quale la Commissione Europea spiega il mancato avvio della procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia

Lo avevamo sottolineato 3 anni fa (vedi articolo “La lunga notte dell’informazione italiana”), il primo e più grave limite dell’informazione in Italia è quello di non adempiere più al suo compito primario, cioè raccontare i fatti. Senza i quali si può sostenere tutto e il contrario di tutto. Per questo sempre più spesso i fatti sono visti come una complicazione, un fastidio, soprattutto quando si fa il tifo (o il tifo contro) per uno schieramento o un esponente politico, ma anche quando si vuole portare avanti a tutti i costi un teorema.

E’ così già da tempo, ma nell’ultimo periodo la situazione è ulteriormente e notevolmente peggiorata. Perché gran parte di giornali e giornalisti, condizionati dall’influenza dei social, si comportano sempre più spesso come la maggior parte dei politici, che si lasciano orientare e cercano di cavalcare il più possibile il sentire comune, l’opinione dominante. E questo per chi fa informazione significa allontanarsi sempre più dal racconto dei fatti per come si sono realmente svolti, per dare invece spazio ad una ricostruzione degli eventi manipolata e idonea a surrogare tesi e teoremi precostituiti. In tal senso gli accadimenti degli ultimi giorni sono a dir poco emblematici.

La narrazione fatta da gran parte dei media delle vicende della Sea Watch e della procedura di infrazione nei confronti del nostro paese è stata imbarazzante, quasi sempre in evidente contrasto con la realtà dei fatti. Si è molto discusso in questi giorni se e in che misura quegli eventi (Sea Watch, nomine europee) possano avere offuscato l’immagine di Matteo Salvini. Certamente in entrambi i casi il leader della Lega ha subito due pesanti battute d’arresto che, però, non sembrano aver minimamente scalfito il suo gradimento tra i cittadini italiani.

Chi invece esce con le “ossa rotta” è il giornalismo italiano, ancora una volta incapace di adempiere a quello che dovrebbe essere il suo ruolo primario e fondamentale, cioè raccontare a approfondire i fatti e partire poi da essi per esprimere opinioni e prendere posizione. Eppure nell’epoca di internet dovrebbe essere molto più semplice rispetto a diversi anni fa, quando bisognava fare i “salti mortali” per trovare e verificare le notizie.

Ora, invece, basta molto poco per trovare e, ancora più, verificare la veridicità di certe informazioni, su internet spesso si trova qualsiasi cosa, compresi atti e documenti fondamentali. Come è accaduto sia nel caso della Sea Watch che in quello della procedura di infrazione. Per entrambe le vicende in rete si trovano facilmente gli atti ufficiali, che testimoniano e raccontano con chiarezza ciò che accaduto. Però nel diluvio di commenti, prese di posizione e ricostruzioni surreali che abbiamo letto e ascoltato nei giorni scorsi non si fa quasi mai riferimento a quegli atti, a quei documenti.

Questo perché nei giorni precedenti l’adozione e la pubblicazione degli atti stessi, in tanti si sono esposti, raccontando e commentando quelle vicende basandosi semplicemente su ipotesi, sul “sentito dire” o, peggio ancora, dando credito alla versione di chi (come il vicepremier Salvini) aveva tutto l’interesse a far passare una visione (rilevatasi poi clamorosamente errata e distorta) delle cose. Così poi, quando gli atti ufficiali hanno mostrato una realtà decisamente differente rispetto a quella raccontata, non era certo semplice ammettere di aver sbagliato e, di conseguenza, riportare la corretta versione dei fatti. Così (che per ragioni di “simpatia” o “antipatia” politica) si è preferito continuare come se nulla fosse, come se quegli atti non esistessero.

Emblematico, a tal proposito, il fatto che, a parte qualche rarissima eccezione, gli organi di informazione si sono guardati bene dal pubblicare quegli atti, l’ordinanza con la quale il Gip Alessandra Vella ha annullato l’arresto di Carola Rackete e la lettera con la quale la Ue spiega perché non è stata aperta la procedura di infrazione. Non potevano farlo, perché poi avrebbero dovuto spiegare ai propri lettori per quale ragione nei giorni precedenti avevano raccontato una marea di frottole.

In particolare, per quanto riguarda la vicenda della Sea Watch, non stupisce che un certo tipo di atteggiamento l’abbiano avuti giornali come il “Giornale”, “Libero” la “Verità” (sembra una barzelletta un simile nome leggendo ciò che scrive…), che da tempo fanno solo propaganda e non certo informazione. O che certi commenti surreali, partendo da fatti inesistenti, siano venuti da gente come Veneziani, Porro, Giordano, schierati a prescindere da una parte. Sorprende, piuttosto, che certe tesi (che si reggevano esclusivamente sulle affermazioni di Salvini), siano state accreditate e proposte anche da alcuni di quegli organi di informazione che non sono certo dalla parte del vicepremier.

Discorso a parte meritano invece Marco Travaglio e il suo “Fatto Quotidiano”. E’ incredibilmente sorprendente come proprio chi, per anni nel periodo berlusconiano, accusava giornalisti e giornali italiani per la scomparsa dei fatti, ora stia facendo esattamente la stessa cosa. Sin dall’inizio della vicenda Travaglio non ha avuto dubbi e non ha perso occasione, in tv o sul suo giornale, di sottolineare le colpe di Salvini ma, ancor più, quelle delle Ong. Che, a suo dire, non soccorrono i naufraghi in mare ma di fatto si comporterebbero alla stregua degli scafisti.

Non solo, per Travaglio Carola ha violato la legge e ha scelto Lampedusa, piuttosto che la Libia o Tunisi o Malta per motivi politici. E’ già abbastanza imbarazzante che il direttore responsabile di un così importante quotidiano non conosca la Costituzione (quella che un anno e mezzo fa difendeva “a spada tratta” dal referendum di Renzi). Che, pure, è chiarissima, con l’art. 10 (citato anche nell’ordinanza della Vella) secondo cui l’ordinamento giuridico italiano deve conformarsi alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute, tra cui anche gli accordi internazionali.

In altre parole, per essere più chiari, se c’è contrasto tra le norme e gli accordi internazionali da una parte e le norme italiane (quelle del decreto sicurezza), in circostanze come questa vanno rispettate le prime. Ancora più grave, però, è il fatto che Travaglio continui a parlare di violazione delle norme da parte delle Ong e di rapporti equivoci con gli scafisti quando tutte le inchieste in proposito (e ne sono state aperte diverse) hanno portato esattamente all’esito opposto.

L’ordinanza del Gip di Agrigento, poi, smonta in maniera imbarazzante il teorema di Travaglio. Perché innanzitutto ribadisce in maniera inequivocabile che quello della Sea Watch è stato un intervento di soccorso di naufraghi in mare (altro che traffici loschi come ha sostenuto Salvini, trovando subito sponda in Travaglio), come dimostra il rapporto della Guardia di Finanza citato nell’ordinanza. Che, poi, non lascia spazio a dubbi su quale dovesse essere considerato il porto sicuro più vicino.

La Sea Watch schiva i porti più vicini, per puntare sempre solo sull’Italia perché sa di trovarvi il nemico perfetto: Salvini” sosteneva Travaglio. Per la Sea Watch, spiega invece il Gip, il porto sicuro più vicino era senz’altro Lampedusa (e quindi Carola Rackete aveva l’obbligo di condurre i migranti lì). Non è certamente un porto sicuro (lo ha ammesso anche Salvini…) quello libico, così come tutte le organizzazioni internazionali hanno ribadito più volte che non può essere in alcun modo considerato porto sicuro Tunisi. La geografia, invece, dimostra inequivocabilmente che tra Malta e Lampedusa il porto più vicino era proprio quello siciliano.

Come detto l’ordinanza è estremamente dettagliata, impeccabile e con tutti i riferimenti del caso. Spiega, quindi, in maniera sin troppo esaustiva cosa significhi “porto sicuro più vicino” e gli obblighi normativi che ne derivano. “Conclusivamente – conclude l’ordinanza – la Rackete ha agito conformemente alla previsione di cui all’art. 51 c.p. che esime da pena colui che abbia commesso il fatto per adempiere ad un dovere impostogli da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità”.

E’ tutto sin troppo chiaro ma per Travaglio (come per gli altri organi di informazione) quell’ordinanza è come se non esistesse, il direttore del Fatto Quotidiano continua imperterrito a ripetere la sua tesi, come visto basata sul nulla, su fatti che non esistono. E identica operazione la compie con la procedura d’infrazione nei confronti del nostro paese. Anche in questo caso c’è un atto ufficiale che non lascia spazio a dubbi ed interpretazioni.

Si tratta della lettera della Commissione Europea che spiega come la procedura non sia stata aperta semplicemente perché il governo ha fatto quello che la Commissione stessa aveva chiesto. “Per il 2019 – si legge nella lettera – il 1 luglio l’Italia ha varato una manovra correttiva di 7,6 miliardi di euro” (foto a destra). Nella quale, per altro, sono stati tagliati 4 miliardi di euro alla scuola.

Per il 2020 – prosegue la lettera – l’Italia si è impegnata per iscritto ad una riduzione strutturale del deficit per rispettare le regole del Patto di Stabilità e Crescita” (foto a sinistra). Bisogna aggiungere, per altro, che lo stesso premier Conte aveva spiegato con chiarezza che l’Italia aveva evitato la procedura solo perchè si era impegnata a soddisfare le richieste della Commissione.

Tutto chiarissimo, non per Travaglio e il “Fatto Quotidiano” che, come se nulla fosse, continuano a parlare di successo del governo italiano, a sbeffeggiare quei giornali che avevano dall’inizio correttamente raccontato quello che stava accadendo. Il tutto, ovviamente, evitando accuratamente di pubblicare l’unico atto ufficiale (la lettera della Commissione) che potrebbe confermare o smentire (in questo caso clamorosamente smentire) il teorema portato avanti per giorni dallo stesso Travaglio.

Un discorso a parte meriterebbe invece chi, come Marcello Veneziani, dei fatti se ne infischia ma si limita a prendere spunto da un paio di particolari per elaborare il proprio pensiero. Legittimo, come sempre, per quanto possa essere considerato da altri molto discutibile, ma con il gravissimo limite e difetto di partire da presupposti falsi, che i fatti concreti e verificabili da chiunque hanno dimostrato tali. In altre parole una mega supercazzola che ci permette di ammirare il modello di società medievale che piacerebbe tanto a Veneziani (e magari anche a molti altri) ma che evidenzia ancora una volta come ormai la realtà dei fatti sia per la maggior parte dei giornalisti e degli opinionisti un particolare irrilevante, di cui si può fare tranquillamente a meno.

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