La ricostruzione che non c’è e l’esercito degli sfollati


La Cna di Ascoli lancia l’allarme: a quasi tre anni dal terremoto sono troppe le persone ancora fuori dalle proprie case e spesso anche fuori dal proprio territorio. “E’ necessario ripopolare e attrarre turismo in tempi rapidi per non arrendersi alla desertificazione

Troppe persone sono ancora fuori dalle proprie case e spesso anche fuori dal proprio territorio a quasi 3 anni dal terremoto. A lanciare l’allarme, sulla base di numeri e dati indiscutibili, è la Cna di Ascoli che al tempo stesso ribadisce i gravi macigni che bloccano la ricostruzione e sottolinea la necessità di ripopolare e attrarre turismo in tempi rapidi per non arrendersi alla desertificazione.

Bisogna snellire concretamente le procedure burocratiche che all’alba del terzo anno post sisma fanno ancora del Piceno una provincia con tanti, troppi sfollati – afferma il direttore della Cna di Ascoli Francesco Balloni – ripopolare e mantenere le peculiarità del territorio sono le priorità. Ripopolamento che vuol dire attrarre nuovamente turismo, soprattutto nella montagna, ma anche riportare la popolazione residente che ancora, purtroppo, non c’è”.

Secondo i dati forniti dalla Cna picena, che ha raccolto e incrociato i dati della protezione civile, della regione e dei vari comuni colpiti dal sisma, complessivamente sono oltre 6 mila (6.029 per l’esattezza) gli sfollati della provincia di Ascoli. Naturalmente il problema più in generale riguarda tutta la regione Marche che complessivamente ha ancora oltre 31 mila sfollati (31.150 per la precisione). In termini strettamente numerici spetta a Tolentino il primato con ancora ben 3.579 sfollati, seguito da Camerino con 3.310, San Severino Marche con 2.164 e Ascoli Piceno con 2.132. Per quanto riguarda gli altri capoluoghi di provincia della regione Macerata ha 705 sfollati, Fermo 298 ed Ancona appena 57.

Per quanto riguarda, invece, la percentuale di sfollati rispetto alla popolazione residente (secondo i dati pre sisma), il triste primato spetta a Muccia con l’80% di sfollati (728 su 910). In totale sono 6 i comuni marchigiani che hanno una percentuale di sfollati superiore al 50%. Tra questi, ovviamente, c’è anche Arquata del Tronto a cui spetta il primato provinciale di questa diaspora forzata. Dei 1.141 residenti presenti nel comune (dati Istat pre sisma) 22 sono ancora ospiti di albergo (11 nuclei familiari), 403 (204 nuclei) sono in altre case in sistemazione provvisoria, 430 vivono nelle cosiddette “casette” (199 nuclei familiari), 6 sono ricoverati in strutture sociosanitare.

Il che vuol dire che ben 861 persone sono in carico alla macchina dell’assistenza perché ancora senza casa, ovvero più del 75% della popolazione residente. Ovvero, appena 280 persone su 1.141 sono nelle loro case, sia perché non danneggiate oppure per lavori di ripristino già svolti. E non va meglio, solo per fare un altro esempio, ad Acquasanta Terme, uno dei comuni più popolosi interessati pesantemente dal sisma. Qui ancora quasi il 23 % della popolazione vive in sistemazioni provvisorie, principalmente in abitazioni diverse dalla propria reperite grazie ai meccanismi emergenziali (631 persone, 300 nuclei familiari).

E anche nel capoluogo, Ascoli, permangono importanti criticità, con 2.132 persone (903 nuclei familiari) che vivono in case diverse dalla propria, nello stesso o in altri comuni (4,3% della popolazione “sfollata”).  La maggior parte (2.056 pari a 875 nuclei familiari) in case in sistemazione provvisoria, 75 (pari a 27 nuclei familiari) in albergo e 4 in strutture socio sanitarie. E ancora: Montegallo, Montefortino e Montemonaco con dati pesanti. E, nel complesso della provincia, ben 25 comuni dove, in maniera marcata o più marginale, ci sono ancora molti nuclei familiari fuori dalle proprie case in attesa di ristrutturazione o di ricostruzione.

Ripopolare, ristrutturare e lavorare sulle infrastrutture – conclude il direttore Cna Balloni – sono l’unico strumento per attrarre gli investimenti necessari ad allontanare lo spettro della desertificazione in queste terre. Turismo balneare e turismo montano, in sinergia per un territorio che ha la fortuna di possedere entrambi, sono la sfida per il futuro. Sfida fatta di progettualità ma anche di tempi certi e auspicabilmente più velocizzati rispetto a quelli che abbiamo avuto in questi quasi tre anni di post emergenza”.

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