Da “capitano” a “caporale”: la repentina metamorfosi di Matteo Salvini


Dopo aver ribadito per mesi la volontà di farsi processare, sfidando i giudici e aizzando la folla crescente dei suoi fans, Salvini, terrorizzato dalle possibili conseguenze di un processo, fa marcia indietro e chiede al Senato di salvarlo. Mettendo così nei guai i suoi alleati di governo…

Lo hanno già rinominato ironicamente in tantissimi modi: “capitan coniglio”, lo “sborone codardo”, il “bauscia”, lo “sbruffoncello cagasotto”. Riprendendo una delle tante battute ironico-satiriche lette in queste ore sui social, d’ora in poi più che “il capitano”, come con enfasi si fa chiamare da qualche mese dai suoi più affezionati fans, sarebbe il caso di chiamarlo “il caporale”, ricordando la famosa distinzione che faceva Totò nel suo celebre film del 1955 “Siamo uomini o caporali”.

Qualcuno, sui social, addirittura si è spinto oltre, con un azzardato ma interessante paragone con qualche altra sotrica indecorosa fuga. “Ma il Salvini che ora chiede di non essere processato in ragione dell’articolo/comma/decreto ecc. è lo stesso che fino a ieri faceva lo “sborone” dicendo di non aver paura? Mi ricorda qualcuno che, dopo aver aizzato le folle a piazza Venezia, poi scappò vestito da tedesco…

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Ironia a parte, a prescindere dall’opinione che ognuno ha maturato in questi mesi sulla storia della nave Diciotti e sulla conseguente inchiesta giudiziaria che ha coinvolto Salvini, l’improvviso voltafaccia del leader della Lega, che dopo aver sfidato giudici e magistrati si è ritirato con la coda tra le gambe, svela in maniera inequivocabile la sua vera natura, per altro già più volte manifestata negli anni passati (ma, come è risaputo, gli italiani hanno memoria cortissima…).

Non lo scopriamo certo oggi, ma il leader della Lega rappresenta alla perfezione un certo tipo di italiano medio, quello forte e spavaldo con i deboli ma estremamente docile con chi ha potere, il tipico “sbruffoncello”, il più classico “cuor di leone” a parole che, poi, puntualmente nel momento della verità manifesta senza pudore la sua vera indole da “coniglio” spaurito.

A tanti, nel corso della propria vita, è capitato di imbattersi e di avere a che fare con qualche soggetto del genere. Sarà stato il compagno di scuola pronto ad infiammare ogni assemblea studentesca e a farsi paladino dei diritti di tutta la classe contro questo o quel professore, poi però spudoratamente arrendevole e fastidiosamente ossequiante quando bisognava in concreto passare dai proclami ai fatti.

Oppure il collega di lavoro battagliero come il più focoso dei sindacalisti, pronto a parole ad affrontare anche le più estreme conseguenze pur di affermare e difendere i diritti dei suoi compagni di azienda che, però, nel momento decisivo, in cui è necessario mantenere la massima coesione e la massima fermezza, diventa improvvisamente il più fedele “cane da compagnia” dei vertici aziendali, immediatamente pronto ad obbedire e ad accettare ogni loro decisione, anche la più umiliante e penalizzante.

O anche, per restare nel nostro mondo (quello dell’informazione), uno dei tanti colleghi giornalisti (quanti ne abbiano incontrati in questi anni…) sempre pronto a rivendicare con parole fiere e coraggiose il sacrosanto diritto della libertà di informazione e di opinione contro ogni ricatto “politico”, poi vergognosamente “prone” e scattante di fronte ad ogni diktat del potente di turno.

Questa volta quello che in maniera colorita è stato definito lo “sbruffoncello cagasotto” ce lo ritroviamo a capo del governo (in teoria Matteo Salvini sarebbe solamente il ministro dell’interno e vicepremier ma, di fatto, è il dominus incontrastato dell’attuale governo).

Non che sia una clamorosa e sorprendente novità, negli ultimi anni gli italiani hanno manifestato un’inspiegabile “attrazione fatale” per gli “sbruffoncelli”. E sotto questo punto di vista Salvini non è certo molto differente da Silvio Berlusconi (con il quale, non a caso, è stato a lungo alleato) e da Matteo Renzi. Rispetto ai due che l’hanno preceduto è solamente un po’ meno coraggioso. Il 27 agosto scorso, quando gli è stato notificato l’avviso di garanzia per la vicenda della Diciotti, era stato categorico e aveva infiammato i suoi adulanti fans con uno degli ormai tradizionali video sui social.

Niente immunità, voglio essere processato – aveva affermato – se il Tribunale dei Ministri dirà che devo essere processato andrò davanti ai giudici. Io non ho bisogno di farmi proteggere da nessuno. L’inchiesta sarà un boomerang, non voglio l’immunità”. Con il solito tono da bulletto dai periferia, che tanto piace ad una larga fascia di cittadini, Salvini all’epoca parlava da “capitano”. In particolare rivendicava con fierezza la piena e totale propria responsabilità nella decisione di lasciare per giorni quei migranti sulla nave che, poi, era all’origine dell’incriminazione.

Non ha mai nascosto in quei giorni che quella fosse una decisione presa e fortemente voluta da lui. E lo faceva da un lato perché ben conscio del ritorno che tutto ciò avrebbe avuto in chiave di propaganda elettorale (che in Italia non ha mai fine, c’è sempre qualche elezione all’orizzonte…).

Ho il popolo dalla mia parte” ripeteva in quei giorni il leader leghista, ribadendo senza indugi che era pronto e disposto a farsi processare, con la volontà neppure troppo nascosta di trasformare lo scontro con la magistratura in una sorta di corrida istituzionale. Un atteggiamento di sfida dai toni provocatori che, per altro, era anche dettato dalla convinzione comune che l’inchiesta sarebbe terminata nella classica bolla di sapone.

Invece, dopo l’iniziale richiesta di archiviazione, un po’ a sorpresa è arrivata la richiesta di autorizzazione a procedere da parte del tribunale dei ministri. Di fronte alla quale Salvini inizialmente è sembrato intenzionato a mantenere la stessa posizione di sfida. Solo nel fine settimana scorso, nel corso di un comizio (per le prossime elezioni regionali) a Sulmona, il leader della Lega annunciava con determinazione: “io non ho bisogno di farmi proteggere da nessuno perché se uno ha la coscienza pulita va avanti come un treno, quindi non ho bisogno di invocare l’immunità. Sono pronto”.

Due giorni dopo, però, è arrivata la frettolosa ritirata. Questa volta niente video suoi social, niente espressioni di sfida da “bulletto” ma una lettera al Corriere della Sera nella quale Salvini, come uno Scilipoti qualsiasi, cambia casacca. Niente più sfida, niente più braccio di ferro ma la solita (per i politici) richiesta di quella scappatoia che si chiama immunità, tanta cara alla casta. “Quella presa per la nave Diciotti è stata una decisione presa nell’interesse pubblico, per questo va negata l’autorizzazione ai giudici” scrive Salvini che, con la coda tra le gambe, chiede al Senato e ai senatori di salvarlo, di evitargli il processo.

Il leader della Lega scrive che è arrivato a questa decisione dopo aver riflettuto. La verità però è molto semplice e assolutamente evidente. I suoi avvocati, che da un punto di vista giuridico ne sanno decisamente di più, gli hanno spiegato i grossi rischi che corre in un eventuale processo, in un’eventuale sfida con i giudici. Nella quale sicuramente avrebbe dalla sua parte tutti i suoi fans (non il popolo italiano…) e che, altrettanto certamente, porterebbe al Carroccio un’ulteriore crescita di consensi. Grossi vantaggi che, però, non compenserebbero minimamente gli enormi rischi che corre il ministro dell’interno.

Perché l’esito del processo sarebbe tutt’altro che scontato (in Italia non lo è mai, tanto meno in situazioni molto al limite come questa) ed un’eventuale condanna (ipotesi tutt’altro che da scartare) segnerebbe l’irrimediabile stop alla carriera politica e alla vorticosa ascesa di Salvini. Il rischio è troppo alto, gli avvocati lo hanno fatto chiaramente capire al leader della Lega.

E allora ecco la ritirata che, ironia della sorte, rischia però di mandare in tilt il proprio alleato di governo, il Movimento 5 Stelle. Per il quale la battaglia contro l’immunità dei politici è uno dei pilastri, degli ideali irrinunciabili della propria storia. Ma che ora si trova di fronte ad un pericolosissimo bivio, con la certezza che qualunque decisione prenderà le conseguenze potranno comunque essere pesanti. Perché votare no, negare l’autorizzazione a procedere contro Salvini vorrebbe dire rinnegare la propria storia, con tutto quello che ciò significherebbe in termini elettorali.

Ma votare si, autorizzare il processo, significherebbe incrinare definitivamente i rapporti già difficili con il proprio alleato di governo, con tutto quello che ne deriverebbe (in tal senso, nonostante la cautela di Salvini, i leghisti sono stati chiarissimi). Dignità e coerenza vorrebbero che il M5S segua quella che è sempre stata la sua linea, pur sapendo quali potrebbero essere le conseguenze sulla tenuta di governo. Ma sappiamo bene che dignità e coerenza sono termini scomparsi dal vocabolario della politica italiana ormai da troppi anni.

Per questo siamo certi che, in un modo o nell’altro, alla fine si troverà il tradizionale “compromesso all’italiana”, il solito pasticcio con il quale si cerca di salvare “capra e cavoli”, alla faccia della dignità e della coerenza. Naturalmente saremmo ben lieti di sbagliarci…

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