Sulla pelle dei “terremotati”


Mentre governo, commissario, presidenti di Regione e sindaci sono impegnati in una incomprensibile “guerra” tra rappresentanti istituzionali, nel “cratere” ci si prepara al terzo Natale in quelle condizioni, tra rabbia, disillusione e prospettive sempre più fosche…

Cambiano i commissari straordinari, è cambiato (da mesi) il governo, è finalmente stato nominato anche il sottosegretario del governo per le aree terremotate (con “appena” 6 mesi di ritardo…) ma la situazione per i residenti nelle aree colpite dal terremoto del 2016 resta sempre drammatica. Quello che sta per arrivare è il terzo Natale del post terremoto, probabilmente il più triste di tutti. Perché nel 2016 ovviamente ancora era troppo vivo lo shock per la tragedia appena accaduta.

Lo scorso anno iniziava comprensibilmente a serpeggiare un certo malcontento ma c’era ancora la speranza che pian piano le cose sarebbero migliorate. Quest’anno, invece, lo scoramento e la disillusione iniziano inevitabilmente a farsi strada e rischiano di sopraffare la pur ferrea ed encomiabile volontà di non mollare. Tanti, troppi i disagi che sono costretti a dover ancora affrontare tutti coloro che vivono nelle Sae, evidenziati in maniera drammaticamente eloquente dall’ondata di freddo dei giorni scorsi.

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Da Arquata a Montegallo, passando per il territorio maceratese e laziale, all’arrivo della prima neve e delle prime ondate di gelo si sono riproposti gli stessi identici disagi e problemi dello scorso anno, a partire dal fatto che tantissime Sae si sono ritrovate al gelo.

Per il terzo anno consecutivo il governo, il commissario, i governatori e i sindaci non sono riusciti a far fronte al gelo e alle bufere di neve, assolutamente prevedibili vista la stagione invernale. Anziani, donne e bambini sono costretti a vivere in una condizione da arcipelago gulag” sottolinea in maniera emblematica il Comitato “Illica Vive”.

Ma se già vivere in simili condizioni è gravoso, a rendere la situazione più sconfortante sono le prospettive sempre più nebulose per il futuro, tra l’incertezza che regna sovrana, una ricostruzione che stenta a partire (per usare un eufemismo), mentre i principali attori di questo desolante teatrino sembrano più impegnati a farsi la guerra uno con l’altro, piuttosto che pensare ai reali interessi e alle reali esigenze di chi da due anni e mezzo vive questo dramma sulla propria pelle.

Il tutto nella crescente indifferenza dei media e dell’opinione pubblica che pian piano stanno spegnendo i riflettori. Inutile negare che nelle zone colpite più direttamente dal terremoto si erano riposte diverse speranze sul nuovo governo. Nei mesi precedenti le elezioni del marzo scorso c’era stata una vera e propria processione di aspiranti parlamentari, pronti a promettere di tutto.

Sembravano davvero essere vicini a quelle persone così duramente colpite, soprattutto sembravano pronti ad ascoltare concretamente le loro esigenze, i loro bisogni, le loro priorità. L’ennesima illusione, dopo le elezioni, una volta entrati trionfalmente in Parlamento, quei nuovi parlamentari praticamente non si sono più visti nelle zone del terremoto. E, tanto per cambiare, le promesse elargite allora a piene mani per ora sono rimaste lettera morta.

Soprattutto, però, la presunta vicinanza di quei mesi si è trasformata in un distacco sempre più accentuato, con la conseguenza che nei (pochi) provvedimenti adottati o in via di definizione i veri e reali bisogni dei “terremotati” finiscono per essere considerati marginali, non vengono in alcun modo tenuti nella dovuta considerazione. Dalla loro posizione privilegiata, dal loro mondo idilliaco, i nuovi politici e i nuovi rappresentanti istituzionali sembrano avere una visione distorta di quella che è, invece, la drammatica realtà che si vive in quelle zone. Lo evidenziano in maniera inequivocabile le dichiarazioni troppo spesso imbarazzanti ma anche i fatti concreti.

Per la ricostruzione post sisma i soldi ci sono, sono stanziati, e le leggi ci sono. Ci sono tutti i presupposti per partire con la ricostruzione. Quello che manca è la fiducia” ha sottolineato nei giorni scorsi, intervenendo al Forum LaPresse, il sottosegretario Crimi, dimostrandosi una sorta di “marziano” improvvisamente catapultato in una realtà completamente sconosciuta.

Indirettamente a lui ha risposto il sindaco di Camerino Gianluca Pasqui che inevitabilmente ha una visione ben più concreta, perché diretta, della realtà. Lo ha fatto chiamando a raccolta tutti i sindaci del “cratere” denunciando “l’immobilismo da parte delle istituzioni, il calo delle attenzioni da parte dei mass media, procedure burocratiche eccessive, mancanza di personale, difficoltà nell’ottenere le risorse finanziarie necessarie

Le nostre richieste di semplificazione – ha proseguito – di accelerazione delle procedure, di anteporre i bisogni dei cittadini alle esigenza, anch’esse legittime, di controllo, rimangono spesso inascoltate e comunque senza risposta”. Altro che fiducia di cui parla il sottosegretario Crimi…

A rendere più sconfortante la situazione è che si ha la netta sensazione che il principale interesse dei nuovi attori politici e istituzionali sia soprattutto quello di fare la “guerra”, di demolire gli avversari piuttosto che preoccuparsi dei reali e concreti bisogni dei “terremotati”. In tal senso spicca la figura del nuovo commissario straordinario Farabollini che, all’atto del suo insediamento di 2 mesi fa, da prassi aveva annunciato di voler interpretare al meglio le primarie esigenze di quei territori.

Fino ad ora, però, si è distinto esattamente per il contrario. E se pochi giorni fa il vicesindaco di Arquata Franchi sottolineava come “è passato diverso dall’insediamento di Farabollini come nuovo Commissario per la ricostruzione ma ad Arquata e dintorni ancora non si è visto”, anche i Comitati che sono sorti nella zona del cratere sono rimasti sostanzialmente delusi dall’incontro che si è svolto a Rieti con la struttura commissariale, sia per il pochissimo tempo avuto a disposizione per esporre le proprie richieste, sia per la sconfortante dimostrazione di lontananza dai veri problemi del territorio (“il discorso del commissario ha toccato punti poco rilevanti” il commento dei rappresentanti dei Comitati).

Soprattutto, però, più che pensare alla situazione del territorio del cratere, Farabollini sembra interessato a portare avanti la sua “guerra” personale contro i rappresentanti istituzionali del territorio stesso. Nei giorni scorsi il duro scontro con alcuni sindaci del “cratere”, prima ancora quello con i presidente delle Regioni, esplicitato nel cosiddetto decreto Genova che ha tolto l’intesa tra le Regioni colpite dal sisma e lo Stato per tutti gli atti del Commissario stesso.

Una decisione poco comprensibile, se non in un’ottica di smania di potere, pur condividendo molte delle critiche che sono state sollevate ad alcuni governatori regionali, primo tra tutti quelle delle Marche Luca Ceriscioli. Che, da par suo, in questa guerra di “potere” giocata sulla pelle dei terremotati, ha subito risposto presentando ricorso per illegittimità costituzionale del decreto stesso.

I bisogni, le necessità dei “terremotati” restano sempre e comunque sullo sfondo, prioritaria e più importante è la lotta agli avversari politici, con tutti i mezzi e “costi quel che costi”.

L’esempio più lampante, a tal proposito, arriva ancora una volta dal Comune di Ascoli e dal suo primo cittadino, Guido Castelli. Che nella sua (legittima) cruenta guerra contro il presidente della Regione Ceriscioli non si è fatto alcuno scrupolo di rischiare di penalizzare pesantemente ancora una volta proprio le zone del “cratere”, promuovendo e sostenendo il ricorso al Tar, con richiesta di annullamento, presentata dalla società comunale “Ascoli Servizi Comunali” contro l’atto regionale che ha affidato ad una società maceratese lo smaltimento delle macerie di Arquata.

Proprio alcuni giorni prima il vicesindaco di Arquata di Franchi salutava con soddisfazione la ripartenza dei lavori di rimozione delle macerie, bloccati per diverso tempo per le note vicende che avevano coinvolto Piceambiente (la società che se ne occupava originariamente). Ora il ricorso presentato da Ascoli, se accolto, rischia di bloccare nuovamente tutto.

Il sindaco Castelli, in un comunicato stampa, ha parlato di “atto chiaramente illegittimo in quanto adottato in violazione dell’art. 28 comma 6 del D.L. 189 che imponeva il coinvolgimento preliminare della società partecipata del nostro comune per le attività di rimozione”.

Senza entrare nel merito della vicenda, sottolineando che l’art. 28 comma 6 se letto nel suo insieme si presta a diverse possibili interpretazioni (quindi non è detto che il provvedimento sia così “chiaramente illegittimo”), da un punto di vista strettamente politico la posizione del primo cittadino ascolano è comprensibile e sicuramente la Regione avrebbe potuto e dovuto tenerne conto.

Ma la legittima battaglia politica contro quel provvedimento poteva essere portata avanti con altri mezzi, senza rischiare di danneggiare così pesantemente quel territorio. Perché è chiaro che se il Tar dovesse accogliere la richiesta di sospensione, si innesterebbe una disputa che potrebbe essere risolta non in tempo brevi, con il conseguente stop per lungo tempo del lavoro di rimozione delle macerie.

Un’eventualità che probabilmente comporterebbe problemi “politici” per il presidente Ceriscioli ma che, di contro, sicuramente finirebbe per penalizzare pesantemente Arquata e il suo territorio. Un ulteriore danno che quelle persone non meritano certo di subire…

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