Violenze sulle donne, 409 vittime in un anno nelle Marche


Presentato in Consiglio regionale il “Rapporto annuale sul fenomeno della violenza contro le donne nelle Marche” secondo cui nel 2017 409 donne si sono rivolte ai Centri antiviolenza delle province marchigiane. L’identikit delle vittime e dei carnefici

I numeri sono abbastanza eloquenti ma non dicono tutto. Stiamo parlando delle violenze sulle donne e, in particolare, della seduta aperta sul tema che si è svolta martedì 18 dicembre nel Consiglio regionale delle Marche, nel corso della quale sono stati resi noti i dati della nostra regione relativi al 2017. Complessivamente sono ben 409 le vittime che si sono rivolte ai centri antiviolenza delle Marche, praticamente più di una donna al giorno che si rivolge a queste strutture.

Un dato numerico complessivo importante ma i dati sono soltanto la punta dell’iceberg della violenza domestica. Positiva è la maggiore consapevolezza delle donne sui servizi a disposizione per uscire dalla violenza, ma occorre proseguire con i percorsi di educazione che coinvolgono uomini e donne insieme” ha commentato la presidente della commissione regionale per le Pari opportunità Meri Marziali.

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Un dato consistente ma, purtroppo, assolutamente parziale è opportuno sottolineare, perché a quelle 409 vittime si devono aggiungere le denunce di chi non è passata attraverso i centri antiviolenza regionale e, soprattutto, tutte quelle donne che (soprattutto tra le mura domestiche o in ambito lavorativo) continuano a subire in silenzio.

In questo senso è innegabile che negli ultimi anni sono stati compiuti degli importanti passi avanti, che è notevolmente cresciuta la consapevolezza delle donne. Ma sarebbe ingenuo e per nulla aderente alla realtà illudersi che quello delle mancate denunce delle violenze subite sia un fenomeno ormai circoscritto. E se già i numeri forniti nel corso del Consiglio regionale possono sembrare sin troppo eloquenti, occorre ricordare il dato ancor più sconcertante fornito dell’ultima indagine Istat secondo il quale il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni, quindi più di 6,5 milioni di donne, ha avuto un’esperienza di violenza fisica o sessuale tra i 16 e 70 anni.

Tornando al “Rapporto annuale sul fenomeno della violenza contro le donne nella regione Marche” presentato in Consiglio regionale, come detto al 31 dicembre 2017 risultano 409 le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza (Cav) delle province (119 nella provincia di Pesaro, 116 in quella di Ancona, 72 Macerata, 52 Fermo e 50 Ascoli). Sono 270 (il 66%) quelle prese in carico e assistite con un percorso dedicato.

Il 69% è di nazionalità italiana, il 40% coniugata, il 27,8% ha un diploma di scuola media superiore e il 12,2% è laureata. Il 31,8% risulta occupata, mentre il 18,5% è disoccupata in cerca di occupazione. L’autore della violenza è per il 53,7% di nazionalità italiana. Il 50,6% è costituito da mariti, fidanzati e conviventi. Per il 31,5% dei casi l’uomo violento ha un lavoro stabile e per il 21% è noto alle forze dell’ordine. Il 10% delle 409 donne vittime ha subito “conseguenze fisiche gravi”.

Alle violenze hanno assistito, con modalità diverse, 140 figli maggiorenni e 326 minorenni. Ben 124 donne (46,6%) delle 266 hanno intrapreso azioni dopo la violenza e hanno denunciato il maltrattamento (8-10% in più rispetto al valore medio nazionale). Nelle Marche, oltre ai Cav, sono attive 4 case rifugio, 1 casa emergenza e 2 case di semi-autonomia.

Nelle Marche la violenza è prevalentemente domestica – ha sottolineato l’assessore regionale Emanuela Bora – avviene nell’ambito familiare e stanno aumentando i figli minorenni che assistono. E’ un fenomeno complesso, che nessuno può vincere da solo. Dobbiamo continuare a lavorare in rete, a lavorare di più per prevenire, per prendersi cura dei traumi subiti dai figli”.

Il Rapporto è fondamentale per avere un fotografia ma sarebbe importante andare oltre questo strumento, ampliare questa fotografia e raccontare quello che avviene dopo, per capire come reintrodurre queste donne nella vita lavorativa, sociale e affettiva. Per curare i soggetti colpevoli ed evitare che ripetano questi atti” ha aggiunto il consigliere regionale Francesco Micucci, relatore del rapporto insieme alla consigliera Elena Leonardi. Che, a sua volta, dopo aver valutato positivamente la crescita dei servizi per aiutare le vittime, ha sottolineato l’importanza della prevenzione e dell’educazione.

Indispensabile – ha sostenuto – è il ruolo della prevenzione per arrivare alle donne e agli uomini di domani, per cogliere in tempo i segnali discriminatori e aiutare i ragazzi a diventare le non vittime di domani e i non carnefici di domani”. Tra i tanti interventi e commenti che inevitabilmente un argomento così importante e delicato ha generato, una particolare attenzione merita quello del vice presidente del Consiglio regionale Piero Celani. Che, in un lungo comunicato stampa, ha analizzato il problema sotto un aspetto particolare

Nonostante nel mondo ci sia una grande necessità, e direi fame di relazioni armoniose e di rispetto – scrive il vicepresidente – è innegabile che ancora oggi la cultura del rispetto è una utopia, per la maggioranza della popolazione mondiale. È quindi doveroso chiedersi, perchè siamo ancora così incivili dal punto di vista delle relazioni umane. Una risposta puo essere data dal fatto che nella nostra società si afferma sempre più un certo analfabetismo psicologico, concetto questo studiato ed approfondito in modo scrupoloso e scientifico dall’Assessore alle Pari Opportunità dal Comune di San Benedetto del Tronto, Dott.ssa Antonella Baiocchi, in un suo libro dal titolo: “Alle Radici Della Relazione Malata”. A lei va anche il merito di essere stata la prima nelle Marche ad istituire la cabina di regia “Antiviolenza Comunale” in attuazione della DGR 221/2017”.

Il fallimento della cultura del rispetto – prosegue Celani – sta nella scarsissima conoscenza della psiche, che permane ancora nel 2018, portando così al fenomeno dell’analfabetismo psicologico. Ciò impedisce quindi di avere una relazione corretta, con sè e con gli altri, fino a portare l’individuo al pensiero dicotomico, che basandosi sulla tossica pretesa di conoscere dove sia la verità assoluta, spinge la persona ad elaborare gli eventi, in termini assolutistici, senza possibilità di via di mezzo (tutto o niente, bianco o nero, cento o zero, ecc).

Tutto questo porta alla gestione dicotomica delle divergenze che induce a gestire ogni conflitto, con una modalità che non permette l’esistenza di entrambi gli interlocutori permettendo quindi il cosiddetto “reciproco rispetto”, ma prevede come unica soluzione possibile, l’eliminazione di uno dei soggetti, attore della divergenza. Ovviamente il “sacrificato” è sempre chi si trova in posizione di debolezza (economica, fisica, psicologica, di ceto, ecc.)”. Partendo da questi presupposti, il vicepresidente del Consiglio regionale suggerisce anche alcuni interventi che, a suo dire, possono effettuare le istituzioni.

Possono inserire la ” conoscenza della psiche” come materia di studio in tutte le scuole – afferma Celani – in attesa di una società “alfabetizzata psicologicamente”, rendere la psicoterapia, un servizio accessibile a tutti, e non solo a chi ha disponibilità economica. istituire rapidamente la figura professionale dello psicologo di base, un professionista convenzionato come il medico di famiglia, al quale rivolgersi per prevenire e curare ogni forma di dolore psicologico”.

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