Rispetto per Luigi Calabresi


Per quello che  Di Maio ha definito un  “errore tecnico”, il nome del commissario ucciso a Milano il 17 maggio 1972, dopo una violenta campagna denigratoria, finisce in una delle querele presentate dal vicepremier. Che, però, non si sente neppure in dovere di scusarsi…

Può sembrare paradossale, ma anche dalla “figuraccia” rimediata martedì sera su La7 da Di Maio nel duro confronto con il direttore di “Repubblica” si può ricavare un aspetto positivo. Quell’imbarazzante strafalcione sottolineato da Mario Calabresi (“Lei ha citato una delle querele che mi ha fatto, ma quella di Marra gliela do così me la rimanda corretta. Il problema è che avete fatto causa a un signore che si chiama Luigi Calabresi, mio padre, che non c’è più da quaranta e rotti anni”) permette di poter ricordare la vicenda di un uomo, di un umile servitore dello Stato, dimenticata troppo in fretta che, invece, è quanto mai attuale in una società e un paese in cui non ci si fa alcun scrupolo ad orchestrare vere e proprie campagne di fango, basate quasi sempre su falsità o su strumentalizzazioni, per mettere alla gogna un avversario, un personaggio ritenuto scomodo.

E’ quello che è successo oltre 40 anni fa a Luigi Calabresi, che pagò con la propria vita la campagna denigratoria e diffamatoria orchestrata ai sui danni. All’epoca non c’erano i social, non c’era il web ad amplificare e contribuire a veicolare in pochissimo tempo certe informazioni, ovviamente comprese quelle false (che, però, così diffuse e condivise diventano verosimili).

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Ma per veemenza e violenza verbale quella vergognosa campagna di fango non fu certo da meno. Luigi Calabresi era un funzionario di polizia della Questura di Milano, alla fine degli anni ’60 vice capo dell’Ufficio politico. “Se c’era un funzionario corretto, che veniva portato come esempio da tutti i suoi colleghi era Calabresi” scriveva Indro Montanelli.

Ma a sostenerlo non erano solamente i suoi colleghi, anche i militanti dell’area anarchica milanese che spesso avevano avuto a che fare con lui, lo consideravano tale. Compreso Giuseppe Pinelli la cui tragica fine è strettamente legata alla successiva vicenda di Calabresi. Fermato insieme agli altri anarchici dopo la strage di piazza Fontana, Pinelli morì la notte tra il 15 e il 16 dicembre precipitando da una finestra della Questura di Milano. Gli inquirenti, secondo la linea dettata dal questore Guida, sostennero la tesi del suicidio, raccontando diverse falsità su quanto accaduto quella notte.

Che pian piano vennero smascherate e finirono per alimentare e dare vigore alle tesi sostenute dalle formazioni extraparlamentari di sinistra e da una buona parte dei giornalisti di sinistra che accusavano le forze dell’ordine di averlo ucciso gettandolo dalla finestra durante l’interrogatorio. Le successive inchieste smentirono entrambe le tesi, attribuendo ad un malore (Pinelli era da molte ore, senza mangiare e senza dormire, in caserma) la sua caduta, anche se alcuni aspetti non sono mai stati definitivamente chiariti. Ciò che invece è certo ed è stato ampiamente dimostrato è che Luigi Calabresi non era presente nella stanza dell’interrogatorio al momento della caduta.

E’ scritto chiaramente nella sentenza firmata da Gerardo D’Ambrosio a conclusione dell’inchiesta sulla morte di Pinelli. Eppure per i gruppi della sinistra extraparlamentare e di una buona parte della stampa di sinistra proprio il commissario divenne il principale responsabile di quella morte, il vero capro espiatorio. Contro di lui iniziò una violentissima campagna diffamatoria, fu detto e scritto di tutto, addirittura venne fatto riferimento ad un suo addestramento nei servizi segreti israeliani, nella Cia.

Una montagna di falsità che contribuirono ad alimentare l’odio e la violenza verbale nei suoi confronti, manifestata in ogni modo (slogan, scritte sui muri, articoli di giornali, volantini), nonostante proprio Luigi Calabresi fu tra i primi a sollevare dubbi sulla pista anarchica della strage di piazza Fontana. Tanto che si seppe poi che, quando fu ucciso, stava investigando su di un traffico internazionale di esplosivi e di armi in cui, secondo le ipotesi del commissario, erano implicati alcuni estremisti di estrema destra (tra cui Gianni Nardi) e agenti dei servizi.

La feroce campagna stampa contro di lui (avviata inizialmente dal quotidiano del Psi “Avanti”, da “L’Unità” e dal settimanale “Vie Nuove” e a cui diede grande impulso Camilla Cederna sulle pagine de “L’Espresso”) sfociò in una raccolta di firme e in un durissimo manifesto di accusa, firmato da centinaia di giornalisti ma anche da registi e personaggi dello spettacolo. Per nulla tutelato e supportato dalle stesse istituzioni, Luigi Calabresi negli ultimi mesi prima della morte era ben consapevole di quello che inevitabilmente gli sarebbe accaduto, come racconta Gian Paolo Pansa che ne raccolse un accorato sfogo alla fine del 1971.

Un tragico destino che si materializzò la mattina del 17 maggio 1972. Luigi Calabresi fu assassinato a Milano, in via Cherubini (a pochi passi dalla sua abitazione), mentre si avviava alla sua auto per andare a lavorare, da un commando composto da due persone che gli spararono alle spalle. Non aveva ancora compiuto 35 anni, lasciò la moglie incinta e due figli, tra cui l’attuale direttore di “Repubblica” Mario che ha raccontato le vicende del padre e della sua famiglia in un libro struggente e straordinariamente esemplificativo (“Spingendo la notte più in là”).

Secondo la vedova Pinelli, il commissario fu ucciso non per vendetta ma per metterlo a tacere sulle responsabilità dei suoi capi. Dopo molti anni per il suo omicidio sono stati condannati gli esponenti di Lotta Continua Ovidio Bompressi, Leonardo Marino, Giorgio Pietrostefani e Adriano. Neppure la tragica morte, però, ha placato l’ignobile campagna nei suoi confronti che è proseguita per molti anni ancora. Così come per tantissimi anni lo Stato si è praticamente dimenticato del suo tragico sacrificio.

Solamente nel maggio 2004, per iniziativa dell’allora presidente della Repubblica Azeglio Ciampi, gli fu conferita la medaglia d’oro alla memoria (“Fatto oggetto di ignobile campagna denigratoria, mentre si recava sul posto di lavoro, veniva barbaramente trucidato con colpi d’arma da fuoco esplosigli contro in un vile e proditorio attentato. Mirabile esempio di elette virtù civiche ed alto senso del dovere” la motivazione). Forse sarebbe troppo pretendere che i nostri più alti rappresentanti istituzionali conoscano la sua storia e, più in generale, la storia recente del nostro paese e dei suoi martiri innocenti.

Sarebbe stato doveroso, invece, per un giornalista degno di tal nome ricordare brevemente la storia di quel servitore dello stato nel momento in cui il suo nome è finito per sbaglio, per quello che il vicepremier Di Maio ha definito un “errore tecnico”, in una vicenda di così bassa lega. Così come ancora più doveroso sarebbe stato attendersi, se non immediatamente almeno il giorno successivo, le scuse del leader del M5S nei confronti del direttore di “Repubblica” per quello sconcertante errore.

Non è solo una questione di sensibilità (che non tutti possono avere…), è soprattutto una questione di rispetto che è giusto pretendere da chiunque, a maggior ragione da un rappresentante delle istituzioni, nei confronti di un uomo (e dei suoi familiari) che ha dato la vita per servire lo Stato. Due parole di scuse, sincere e oneste, che ovviamente nulla avrebbero tolto e non avrebbero certo attenuato o mutato la posizione del vicepremier, che ha tutto il diritto di criticare pesantemente la linea editoriale di “Repubblica” (e, se crede ci siano i presupposti, di querelare il suo direttore).

Quelle scuse non sono mai arrivate (anzi, incredibilmente uno dei siti di supporto al M5S ha rincarato la dose, accusando addirittura Mario Calabresi di speculare sulla morte del padre), cruda e sconcertante testimonianza di quanto stiamo sprofondando sempre più in basso.

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