Sprofondati nel cratere


Mentre nelle altre zone del cratere si intravedono timidi segnali di ripresa, nell’Ascolano è notte fonda. Persi centinaia di posti di lavoro, cala ancora il fatturato delle aziende di commercio, turismo e trasporti. E ad Ascoli, 2 anni dopo, ancora devono terminare i sopralluoghi

Sono passati quasi 2 anni da quel 24 agosto del 2016 che, con quel terribile terremoto nella notte, ha segnato l’inizio di uno dei periodi più difficili e duri della storia del territorio marchigiano, almeno per quanto riguarda il sud delle Marche (in particolare l’entroterra maceratese, fermano e buona parte della provincia di Ascoli).

Due anni dopo il nostro territorio, al di là delle difficoltà comuni alle altre zone (di Abruzzo, Lazio e Umbria) colpite dall’interminabile sequenza sismica, sembra sempre più sprofondare in quel “cratere” che da un punto di vista burocratico-amministrativo indica le zone maggiormente colpite dal terremoto e che quindi sono oggetto di tutti i provvedimenti post sisma, ma che per il nostro territorio sta ad indicare il baratro sempre più profondo nel quale siamo caduti. E dal quale facciamo terribilmente fatica a risalire. Complessivamente già la situazione del territorio marchigiano colpito dal terremoto è piuttosto preoccupante.

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Ma, se possibile, nell’Ascolano le cose vanno ancora peggio e non solo nel territorio interno, quello che ha subito i maggiori danni (e che ha pianto troppe vittime). Le inevitabili conseguenze di una situazione mai verificatasi prima, certamente. Ma anche tanti errori commessi nella difficile fase post emergenziale, scelte sbagliate, incapacità di comprendere le reali e primarie necessità. Ma anche, in alcuni casi, un’imbarazzante impreparazione e un’incredibile lentezza (in particolare nel comune capoluogo). Di dati che fotografano in maniera eloquente la situazione ce ne sono purtroppo numerosi, vediamo quelli che a nostro avviso sono i più emblematici.

Persi 1500 posti di lavoro, fatturato ancora in picchiata

Secondo i numeri forniti dalla responsabile di Cna Marche per la Ricostruzione Camilla Fabbri, nei comuni del cratere hanno interrotto l’attività causa terremoto e non hanno più ripreso quasi 500 aziende (497 per l’esattezza), per una perdita complessiva di oltre 1500 posti di lavoro. Si tratta nel dettaglio di 135 attività di servizi alla persona che hanno dovuto gettare la spugna tra settembre 2016 e marzo 2018 (edicole, panetterie, macellerie, mercerie, fiorai, distributori di benzina, ambulanti), 120 attività commerciali (bar, fruttivendoli, pescherie, alimentari), e 242 aziende agricole. Un crollo che inevitabilmente si ripercuote su tutto il sistema produttivo ed economico, oltre che sul tessuto sociale dell’area.

Anche chi resiste comunque paga pesantemente le conseguenze, visto che, sempre secondo i dati forniti dalla Fabbri, le imprese commerciali del cratere marchigiano hanno subito un drammatico calo di fatturato. “Rispetto ad una media annuale delle imprese marchigiane del commercio di 345 mila euro – afferma la responsabile di Cna Marche per la Ricostruzione – per quelle del cratere il fatturato medio 2017 si è fermato a 182 mila euro, poco più della metà”. Numeri già di per sé molto significativi ma che nel territorio piceno del cratere subiscono un ulteriore peggioramento.

Secondo i dati elaborati dalla Cna Picena, con il contributo del Centro studi della Cna Marche, nel primo trimestre 2018 complessivamente per le imprese marchigiane dei servizi più rilevanti (commercio, turismo e trasporti), rispetto all’ultimo trimestre del 2017, il fatturato resta stabile. Non è così, invece, per quella della nostra provincia che rientrano nelle aree colpite dal sisma che, oltre ai danni accumulati in precedenza, da settembre 2017 a marzo 2018 hanno registrato un ulteriore calo di fatturato di circa l’8%. Molto male il settore dei trasporti le cui imprese picene hanno fatto segnare, sia nell’ultimo trimestre del 2017 che nel primo del 2018, un calo di fatturato del 10%.

Per certi versi peggiore la situazione del settore turismo e ristorazione le cui imprese del cratere hanno registrato un calo di fatturato del 5% nell’ultimo trimestre del 2017 e addirittura del 15% nel primo del 2018. L’economia del territorio piceno del cratere è praticamente crollata, almeno in determinati settori. Non che nelle altre province marchigiane e nelle altre regioni colpite dal terremoto la situazione sia molto più idilliaca.

Ma almeno in quelle zone da alcuni mesi si iniziano ad intravedere timidi segnali di una pur lentissima e complessa ripresa. Che, purtroppo, non si vedono per nulla nel nostro territorio che, anzi, sembra vivere un’emergenza interminabile. Una sensazione alimentata anche dai clamorosi ritardi e dall’imbarazzante lentezza con cui si procede in alcuni comuni.

Ad Ascoli i sopralluoghi non finiscono mai…

A partire proprio dal capoluogo piceno dove, sembra incredibile ma è così, a quasi 2 anni dall’inizio dell’emergenza sismica, ancora devono termine le verifiche per l’agibilità delle strutture pubbliche e degli edifici privati. Non solo, le nuove ordinanze di evacuazione di immobili ed edifici danneggiati dal sisma e considerati inagibili si susseguono con un ritmo giornaliero che lascerebbe credere che siamo ancora nel pieno della crisi sismica.

Dal 1 al 27 giugno, infatti, sono state emesse ben 36 ordinanze di evacuazione (più una decina di rettifica di ordinanze in seguito ad ulteriori accertamenti) che, per giunta, interessano praticamente tutto il territorio cittadino: dalle frazioni (Lisciano, Campolungo, Cignano, Vallefiorano, Vallevenere, Polesio) ai quartieri (via Perugia, viale Indipendenza, viale Marcello Federici, Monticelli, via Pasubio, via San Filippo e Giacomo) fino al centro cittadino (piazza Arringo, via dei Soderini, corso Mazzini).

C’è un dato che, più di ogni altro, rende emblematico e disarmante il “ritardo di una vita” con il quale in questo ambito sta procedendo il Comune di Ascoli. Ed è quello riferito al Cas (contributo autonomo sistemazione) che ancora oggi nelle Marche (il dato è riferito a maggio 2018) viene elargito a poco meno di 10 mila famiglie (oltre 21 mila i marchigiani interessati), per una spesa mensile di poco più di 7 milioni di euro.

Tra i 105 comuni marchigiani nei quali sono presente famiglie che ricevono il Cas, solamente in uno si verifica il particolare fenomeno che vede, a quasi 2 anni dall’inizio della crisi, aumentare mese dopo mese il numero dei cittadini che ne usufruiscono. Inutile dire che quel Comune è proprio quello di Ascoli (che, per altro, è anche in ritardo di mesi nel pagamento del Cas stesso…) che a maggio ha visto ben 814 famiglie (1935 cittadini) usufruire del contributo, per una spesa complessiva di 607 mila euro.

A gennaio 2018 le famiglie che ne usufruivano erano 786, 28 in meno. Un anno fa, a maggio 2017, addirittura erano quasi 100 in meno (726), per 1680 cittadini (250 in meno rispetto ad ora). In tutti gli altri comuni marchigiani, invece, mese dopo mese gli aventi diritto al Cas pian piano diminuiscono. E rispetto ad un anno fa la differenza è abbastanza netta.

A Camerino, ad esempio, a maggio 2018 ci sono 2.992 famiglie che ricevono il Cas, a gennaio 2018 erano 3.168 (176 in più), mentre a maggio erano quasi mille famiglie in più (3.876). Stesso discorso a Tolentino dove dalle 3.762 famiglie che, nel maggio 2017, usufruivano del Cas si è passati alle 3.219 attuali, 543 in meno. Stessa situazione in tutti gli altri comuni marchigiani. E non abbiamo citato casualmente Camerino e Tolentino perché quelli maceratesi sono i due comuni che in assoluto hanno avuto il maggior numero di danni materiali.

Solo che, nonostante l’elevatissimo numero di edifici da verificare, in entrambi i comuni già un anno fa le verifiche erano praticamente terminate. Ad Ascoli, invece, a giugno 2018 il Comune deve ancora completarle e, a quasi due anni dall’inizio della crisi sismica, non si riesce ancora a poter avere un quadro definitivo della situazione. Davvero superfluo aggiungere altro.

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