In memoria di Enzo Biagi, il “vendicatore” che ha cambiato il giornalismo italiano


Dieci anni fa se ne andava Enzo Biagi, insieme ad Indro Montanelli il più grande giornalista italiano. I più giovani lo ricordano perché oggetto del famoso “editto bulgaro” di Berlusconi ma già a partire dagli anni ’60 era diventato inviso al potere

Sono passati già 10 anni dalla scomparsa di Enzo Biagi e, mai come ora, se ne sente fortemente la mancanza. Il 6 novembre del 2007 in una clinica di Milano se ne andava quello che, insieme ad Indro Montanelli, probabilmente è stato il più grande giornalista italiano.

Così diversi, sia nello stile che nel modo di approcciarsi alle notizie, così straordinariamente efficaci e con un grande pregio, purtroppo oggi sconosciuto alla maggior parte dei giornalisti italiani: mettere sempre e comunque la notizia al centro di ogni discussione. Il giornalismo dei fatti, quello che dovrebbe essere la norma nel nostro mestiere e che, invece, oggi viene sempre più spesso sostituito dal giornalismo delle opinioni nel quale i fatti sono un elemento di contorno, spesso un fastidio.

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L’avvilente avvelenamento del clima politico nel nostro paese, la divisione tra due opposti fazioni di ultras (ora divenute tre con l’avvento del Movimento 5 Stelle) ha fatto si che in tanti hanno ricordo completamente deformato e non aderente alla realtà del grande giornalista bolognese, come se il duro scontro con Berlusconi (Biagi era uno dei tre destinatari del famoso “editto bulgaro” dell’allora presidente del Consiglio) fosse stato il momento più alto dei suoi 50 anni di giornalismo. In pochi, infatti, sanno che già agli arbori della sua carriera di giornalista, nel 1951 i suoi articolo sul “Carlino” sulla bomba atomica gli procurarono immediatamente non pochi problemi.

Ma il suo stile così semplice ma terribilmente efficace nel raccontare i fatti, le sue cronache sull’alluvione nel Polesine lo portarono al centro dell’attenzione tanto che l’anno successivo, nel 1952, venne chiamato nel settimanale più in voga di allora, Epoca, che pure stava attraversando un momento di difficoltà. Tanto da spingere l’attuale direttore di allora, Segala, ad andare per qualche settimana in America alla ricerca di qualche scoop, lasciando momentaneamente la direzione proprio ad Enzo Biagi. Segala, in realtà, aveva anche lasciato precise indicazioni sugli argomenti principali da trattare nel periodo della sua assenza.

Ma proprio in quei giorni scoppia il caso Montesi, una giovane ragazza trovata morta sulla spiaggia di Ostia. Biagi decide così di contravvenire alle disposizioni del suo direttore e dedica al caso la copertina e un’accurata ricostruzione dei fatti che coinvolgono l’alta borghesia laziale, compreso il prefetto di Roma e il figlio di un ministro (che si dimette). Il successo è clamoroso, in una sola settimana Epoca cresce di oltre 20 mila copie, Mondadori decide di affidare la direzione a Biagi. Che in poco tempo porta il settimanale a sbaragliare la concorrenza dell’Espresso e dell’Europeo, con l’innovativa formula che punta a raccontare con riepiloghi e approfondimenti le notizie della settimane e le storie dell’Italia del boom. Nel 1960, però, Biagi in un indimenticabile approfondimento racconta gli scioperi di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni che provocano la morte di 10 operai (la strage di Reggio Emilia).

La reazione del governo è immediata e violentissima. Lo stesso presidente del Consiglio Tambroni chiede e ottiene la testa di Biagi, costretto quindi a lasciare l’Epoca. Pochi mesi dopo viene assunto come inviato speciale dalla Stampa, un anno dopo arriva in Rai alla direzione del telegiornale, rivoluzionando lo stile del tg stesso. Meno spazio alla politici e ai politici, tanti approfondimenti sui problemi del nostro paese e sulle grandi tematiche internazionali (indimenticabile un servizio sugli esperimenti nucleari portati avanti dall’Unione Sovietica).  Si devono a lui l’assunzione in Rai di giornalisti del calibro di Giorgio Bocca e Indro Montanelli e di un giovanissimo Enzo Bettizza. Sotto la sua guida per la prima volta in un tg viene intervistato il leader dell’allora Partito Comunista Palmiro Togliatti.

Inevitabilmente il suo stile non piace al governo Scelba e alla Dc, le pressioni diventano insopportabili, tra interrogazioni parlamentari e una vera e propria campagna nei sui confronti. Che, alla fine, decide di dimettersi, non prima di aver lanciato il primo rotocalco televisivo (Rotocalco Televisivo). Prosegue la sua attività come collaboratore e inviato del Corriere della Sera, la Stampa, poi anche del settimanale L’Europeo. Alla fine degli anni ’60 torna in Rai per alcuni programmi di approfondimento giornalistico come “Dicono di lei” e poi “Terza B, facciamo l’appello” in cui personaggi famosi incontrano e parlano con loro ex compagni di classe, amici dell’adolescenza, vecchi amori. In uno di questi incontri Biagi, nel 1972, incontra Pier Paolo Pasolini con il quale realizza una lunga e straordinaria intervista durante la quale non si fa certo scrupoli a rivolgere a Pasolini domande scomode.

Quell’intervista, però, la Rai (per le solite pressioni della politica) non la manderà mai in onda e su Biagi cala di nuovo la censura. Solo dopo la morte di Pasolini verrà trasmessa e dovrebbe essere fatta vedere a tutti gli aspiranti giornalisti, nelle scuole di giornalismo per mostrare come un giornalista può essere incalzante ma non provocatorio, deciso ma mai scortese. Biagi non fa sconti a nessuno, le sue interviste non sono mai preparate, non accetta mai da parte dell’intervistato veti su eventuali argomenti né è mai disponibile, soprattutto con i politici, a contrattare prima la scaletta delle domande stesse.

In Rai tornerà nel 1977 con “Proibito”, uno spazio di approfondimento giornalistico nel quale affronta alcune delle tematiche più calde dell’epoca, dimostrando come un giornalista possa affrontare con la stessa serietà e attenzione tematiche così differenti come il boom della pornografia e il diffondersi della corruzione. Impossibile dimenticare le sue interviste con Ilona Staller e, soprattutto, con Michele Sindona. Quasi superfluo sottolineare come ancora una volta Biagi finisce nel mirino della parte politica che detiene il potere, la Dc e Giulio Andreotti non digeriscono quell’intervista a Sindona, ancor meno l’intervista a Gheddafi (che verrà bloccata) dopo la strage di Ustica.

In Rai è troppo scomodo, torna a dedicarsi alla carta stampata e, dopo aver aiutato Montanelli a fondare “Il Giornale”, diventa collaboratore del Corriere della Sera. Dal quale si dimetterà quando scoppia lo scandalo della P2, sostenendo di non essere disposto a lavorare per un giornale controllato dalla massoneria. Inizia a collaborare con Repubblica e torna in Rai dove realizza alcuni dossier e dà vita a Linea Diretta con l’approfondimento della settimana. Nel 1986 realizza 15 puntate di Spot, un settimanale giornalistico che resterà nella storia della Rai per alcune straordinarie interviste (quella a Gorbaciov nel periodo della perestrojka, a Berlusconi dopo il decreto Craxi). Negli anni ’90 si dedica soprattutto alla realizzazione di trasmissioni e approfondimenti su grandi tematiche, come la fine del comunismo in Russia, la lotta alla mafia, naturalmente Tangentopoli.

Sarà proprio Biagi il primo ad intervistare Tommaso Buscetta, così come Antonio Di Pietro. Nel 1995 realizza per Raiuno la trasmissione “Il Fatto” un programma di approfondimento in onda subito dopo il Tg1. In tanti ricordano quel programma solo per il famoso editto bulgaro di Berlusconi. Ma “Il Fatto” si affermò subito come un grandissimo successo, alcune delle interviste realizzate nel corso di quella striscia serale (quella a Marcello Mastroianni, a Sophia Loren, ad Indro Montanelli, a Roberto Benigni dopo l’oscar) restano delle pietre miliari del giornalismo italiano. Nel 2004 “Il Fatto” fu proclamato all’unanimità da una giuria di critici televisivi come il miglior programma mai realizzato dalla Rai in 50 anni.

Dopo il diktat di Berlusconi tornerà in Rai solo come ospite in qualche programma (a “Che tempo che fa” da Fazio). Già sofferente per la sopravvenuta malattia, nel 2006 fu l’unico giornalista che ebbe il coraggio di sollevare dubbi sulle sentenze e sul modo in cui fu condotta l’inchiesta su Calciopoli. Dieci anni dopo di lui ci resta il ricordo del suo inconfondibile stile, la sua straordinaria capacità di far parlare i fatti, senza dover urlare e alzare i toni come invece è costume attuale. Ma anche la sua straordinaria maestria professionale, il rigore con il quale raccontava le storie del mondo e dell’Italia.

Lo faceva sempre a modo suo, senza chiedere autorizzazioni preventive, senza concordare domande, senza cercare di attirarsi le simpatie dell’intervistato, senza il bisogno di alzare la voce. Perché la sua forza stava nella qualità delle inchieste e delle domande che sapeva porre. Soprattutto, almeno a chi scrive, di lui ci resta il suo smisurato amore e l’autentica passione per la sua professione, quella straordinaria definizione di questo mestiere che ha affascinato ed è diventato per chi scrive un vero e proprio mantra.

Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie. Immaginavo il giornalista come un vendicatore, capace di riparare torti e ingiustizie

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