Il ricordo di Marcinelle e l’elogio della follia


L’anniversario della tragedia nella miniera belga di Marcinelle, nella quale morirono 136 immigrati italiani, diventa l’ennesima occasione di scontro sul tema dell’immigrazione. Con le dichiarazioni di Mattarella e della Boldrini sotto accusa e l’imbarazzante show di Salvini

Hanno la pelle scura e puzzano perché non si lavano, non amano l’acqua. Fate attenzione se vogliono affittare una casa perché si presentano al massimo in due però poi dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Rifiutano di integrarsi , disprezzano le nostre usanze e le nostre tradizioni e tra loro parlano lingue a noi incomprensibili.

Riempiono le nostre strade, i nostri negozi e i nostri locali con bambini che chiedono l’elemosina e con adulti che invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti, e chiedono un aiuto. Sono dediti al furto e molto violenti, è importante che le nostre donne stiano lontano da loro perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

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I nostri politici, i nostri governanti devono capire che stanno sbagliando tutto, hanno aperto le frontiere a questa invasione che mette a rischio la nostra società e la nostra civiltà, non sono stati in grado di selezionare chi entra nel nostro paese, consentendo di farlo non solo a chi viene qui per lavorare ma anche e soprattutto a chi vive di espedienti e, peggio ancora, è dedito ad attività criminali”. Quello che avete appena letto non è uno dei soliti proclami di Salvini, né un articolo di “Libero”, “Il Giornale” o di qualche sito di estrema destra.

Sono i passi più significativi della relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, scritta nell’ottobre 1912. In quegli anni, tra l’altro, il New York Times pubblicava di frequente articoli di questo tenore e, addirittura, anche molto più duri sugli immigrati italiani. “L’italiano di regola è un grande criminale. L’Italia è prima in Europa con i suoi crimini violenti. Il criminale italiano è una persona tesa, eccitabile, è di temperamento agitato quando è sobrio e ubriaco furioso dopo un paio di bicchieri. Quando è ubriaco arriva lo stiletto. Di regola i criminali italiani non sono solo ladri e rapinatori ma accoltellatori e assassini. Questi sono coloro che il nostro governo ci ha portato in casa” scriveva il New York Times il 14 maggio 1909.

Cose non molto differenti sugli immigrati italiani si scrivevano e si sostenevano anche in Svizzera, Germania, Francia, Belgio. “Noi protestiamo contro l’ingresso nel nostro Paese di persone i cui costumi e stili di vita abbassano il nostro standard di vita e il cui carattere, che appartiene a un ordine di intelligenza inferiore, rende impossibile conservare gli ideali più alti della moralità e della civiltà belga” scriveva “Cronique publiée dan Belgique” nel gennaio del 1956.

Un quadro molto interessante e assolutamente fedele alla realtà su come venivano considerati e trattati gli immigrati italiani in Belgio emerge dal film “Marina”, la storia del cantante italiano Rocco Granata emigrato in Belgio da bambino insieme alla famiglia e autore della canzona “Marina” divenuta poi un successo mondiale. Il film (girato nel 2013) descrive alla perfezione i soprusi e le discriminazioni che erano costretti a subire gli immigrati italiani, a cui addirittura era vietato l’ingresso in alcuni locali e che venivano incolpati per primi, pur se senza alcun fondamento, in occasione di qualsiasi crimine.  

E’ facile ed è comodo dimenticarlo ma la storia, per chi la vuole conoscere, racconta come per decenni gli immigrati eravamo noi italiani, vittime degli stessi pregiudizi, delle stesse invettive che ora rivolgiamo a chi viene nel nostro paese. In tanti lo hanno dimenticato (o forse preferiscono ignorarlo), così come abbiamo dimenticato che all’epoca anche noi siamo stati colpiti e siamo stati vittime di tragedie in mare, con alcune drammatiche sciagure delle imbarcazioni che, come veniva chiamato il carico di emigranti allora, trasportavano la “tonnellata umana”.

Ben 576 italiani morti nel naufragio davanti al porto di Gibilterra, 549 italiani morti nella tragedia del “Bourgogne” al largo della Nuova Scozia, 550 emigrati italiani morti nel naufragio del “Sirio” in Spagna, 314 italiani morti (ma secondo i brasiliani le vittime furono più di 600) nel naufragio della “Principessa Mafalda” al largo del Brasile. Questo racconta la storia e per questa ragione chi conosce la nostra storia (e non è accecato da altri sentimenti di odio) non può certo stupirsi e, meno che mai, indignarsi di fronte alle parole pronunciate ieri dal presidente della Repubblica Mattarella (e ancora meno per quelle della presidente della Camera Boldrini) per ricordare la tragedia di Marcinelle. Dove, la mattina dell’8 agosto 1956, un incendio nella miniera di carbone Bois du Cazier provocò la morte di 262 operai, la maggior parte emigranti italiani.

Nel suo intervento Mattarella ha ricordato la tragedia, ha ricordato il ruolo e il sacrificio degli immigrati italiani di allora, ha posto l’attenzione sulla sicurezza dei luoghi di lavoro, ancora oggi un problema irrisolto, e ha invitato a riflettere sull’esperienza dell’emigrazione, con un invito alla coerenza (proprio nel rispetto della propria storia) rivolto all’Unione europea.

 “L’8 agosto di 61 anni fa a Marcinelle, dove persero la vita, tra gli altri, 136 nostri connazionali, si consumò una sciagura che ha lasciato un ricordo indelebile nella memoria europea – ha detto il presidente della Repubblica – il nostro pensiero va ad essi al Bois du Cazier, luogo simbolo del lavoro italiano nel mondo e, mentre onoriamo la loro memoria, siamo esortati a mantenere vivo il senso di riconoscenza per i sacrifici affrontati da tutti i lavoratori italiani, emigrati alla ricerca di un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie. Le loro fatiche sono state feconde. Esse hanno contribuito a edificare un continente capace di lasciarsi alle spalle le devastazioni della seconda guerra mondiale e di offrire alle generazioni più giovani un futuro di pace, di crescita economica, di maggiore equità sociale.

Il dramma di Marcinelle ci invita a riflettere anche sul tema irrisolto della sicurezza nei luoghi di lavoro, ancor oggi di grande attualità: rimane un impegno prioritario delle autorità italiane ed europee. Generazioni di italiani hanno vissuto la gravosa esperienza dell’emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella società di accoglienza. E’ un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea“.

Solo chi non conosce la storia del nostro paese e del nostro continente o chi ha la necessità di sfruttare  ogni minima occasione per fare bassa e pericolosa demogogia può reagire e replicare come ha fatto Salvini. “Mattarella paragona gli italiani emigrati e morti nel mondo ai clandestini mantenuti in Italia per fare casino? Si vergogni, Mattarella non parla a nome mio.#Stopinvasione” ha commentato il leader della Lega. Il quale, evidentemente, fatica anche a comprendere il significato delle parole del presidente della Repubblica.

Il quale, basta rileggere la sua dichiarazione, non ha paragonato niente a nessuno, ha semplicemente invitato a riflettere sulla condizione degli immigrati e sull’esperienza dell’emigrazione, senza entrare ovviamente nel merito di una questione che sicuramente va affrontata e va governata in maniera differente da come sta accadendo ora (e in questo c’è l’invito rivolto all’Unione Europea). Per questo l’intervento di Salvini è del tutto fuori luogo e completamente immotivato, se non dal desiderio di aizzare e sobillare quella parte del suo elettorato che ancora, in ogni occasione utile, tira fuori le “storielle” sugli immigrati negli hotel, con ogni genere di lusso, a cui lo Stato italiano darebbe addirittura 35 euro al giorno per non far nulla. Vecchie “bufale” ampiamente smentite ma che per tanti sono ancora credibili. A loro si rivolge in maniera proditoria Salvini che, poi, ha superato ogni limite della decenza nella sua violenta e inopportuna replica a Saviano.

Che, di certo, ha usato toni molti duri, sicuramente eccessivi e inopportuni (“E’ imbarazzante il suo linguaggio, sgrammaticato, terrificante. Però a volte bisogno togliersi i guanti e dire che non se ne può più di questo politico improvvisato, che cerca con le affermazioni più banali di attirare la canaglia razzista”). Ma nulla può giustificare la sguaiata e sconcertante replica di Salvini (“Per Saviano sono razzista, ignorante, sgrammaticato. Se andiamo al governo, dopo aver bloccato l’invasione, gli leviamo l’inutile scorta”) che, a mente fredda, farebbe bene a scusarsi o quanto meno a correggere quanto detto in merito alla scorta.

Su questi argomenti non si scherza, al di là del fatto che l’assegnazione della scorta non la decide (fortunatamente) il governo, non si gioca con la vita delle persone, nessuna contrapposizione ideologica può giustificare simili dichiarazioni. Ancora meno comprensibile e giustificata è la violenta scarica di insulti di cui è stata oggetto la presidente della Camera Laura Boldrini che, in realtà, in questa circostanza è stata ancora più cauta del presidente della Repubblica.

Anniversario tragedia#Marcinelle ci ricorda quando i #migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare #8 agosto 1956” ha twittato la presidente della Camera. Che probabilmente non poteva immaginare che, immediatamente, si sarebbe scatenata la schiera di coloro che sono così scaltri e intelligenti da andare oltre le semplici parole, che sono capaci di cogliere il vero significato nascosto ed intrinseco di certe affermazioni. E che in questo caso hanno trovato anche un valido e autorevole paladino, Jerry Calà, noto in tutto il mondo perle sue capacità empatiche.

Davvero sconfortante, anche un’occasione come quella dell’anniversario di Marcinelle diventa un’opportunità da non perdere per buttarla in “cagnara”. Poteva e doveva essere un’occasione per riflettere (che non significa aprire in maniera incondizionata le frontiere o, tanto meno, negare l’esistenza di un problema serio e concreto, anche se poi i dati ufficiali dimostrano che in realtà in questa prima parte del 2017 si registra una diminuzione di arrivi), poteva e doveva essere un’occasione per ricordare la nostra storia e imparare qualcosa da essa.

Poteva e non è stato perché ormai in questo paese tutto diventa occasione di scontro e non si può perdere alcuna occasione per rinfocolare gli animi del proprio schieramento e, al tempo stesso, per gettare fango sugli avversari.

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