La morte di Giuliani e il G8 di Genova, vergogne senza fine


Mentre il consigliere comunale anconetano Urbisaglia dedica un ignobile post a Giuliani, il capo della polizia Gabrielli ricorda le violenze alla Diaz e e gli episodi di tortura nella caserma di Bolzaneto, definendo una catastrofe gestione dell’ordine pubblico in quell’occasione

In questa calda e folle estate marchigiana sembra davvero che non vogliamo farci mancare nulla. Infatti non passa giorno senza dover raccontare qualche clamoroso “colpo di sole”, da parte di qualche politico e amministratore locale. Dopo l’imbarazzante perfomance al concorso “Miss B Side” (lato B) dell’assessore senigalliese Gennaro Campanile , ora è la volta del consigliere comunale anconetano del Pd Diego Urbisaglia.

Che, nel giorno dell’anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani durante gli scontri al G8 di Genova, ha pubblicato un post su facebook che definire di dubbio gusto è un eufemismo. “A Placanica avrei detto di prendere bene la mira e sparare” ha scritto Urbisaglia, raccontando poi le sue sensazioni in quella maledetta estate del 2001. Concludendo, poi,con un “non mi mancherai Carlo Giuliani” ancor più sconcertante. Mai come in questo caso il silenzio sarebbe stato d’oro, le frasi del consigliere comunale anconetano sono irriguardose e dimostrano una scarsissima sensibilità.

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Un ragazzo morto in quelle tragiche circostanze, quale che sia la propria convinzione, merita rispetto. Intendiamoci, non è assolutamente nostra intenzione riaprire la discussione sulle circostanze che portarono alla morte di Carlo Giuliani che, nonostante siano passati 16 anni, è ancora attuale. Non è questa la sede per stare a disquisire se la verità processuale sia sufficiente a chiudere la vicenda, se i tanti lati oscuri che indiscutibilmente ci sono (e figuriamoci se una vicenda della storia italiana possa mai andare in archivio con la chiarezza di ciò che è accaduto…) giustifichino o meno chi è ancora alla ricerca di una verità alternativa.

Quello che ci sentiamo di ribadire è che non è comunque accettabile che ci sia chi dopo 16 anni si accanisca in quel modo su Carlo Giuliani. Che, però, allo stesso modo, pur comprendendo il dolore che ancora quella vicenda procura, non può certo essere considerato un eroe o una figura da ricordare con enfasi o, peggio ancora, da commemorare al punto da dedicargli un’aula in Parlamento, nel luogo istituzionale maggiormente simbolico.

Carlo Giuliani è un ragazzo morto in circostanze allucinanti, a causa della sua ingenuità, della sua giovane follia ma anche a causa di una delle più grandi vergogne (e non ne abbiamo certo poche nella nostra storia) della storia italiana recente. Pur comprendendo perfettamente l’incredibile clima che si respirava in quei giorni a Genova, pur ricordando quanto già avevano combinato coloro che avrebbero dovuto garantire (in un clima sicuramente difficile) l’ordine pubblico, quel maledetto 20 luglio Carlo Giuliani era in piazza Alimonda, con un estintore in mano pronto a lanciarlo contro una camionetta dei carabinieri. In quella situazione, se poi si verifica quello che poi è purtroppo accaduto, spiace dirlo ma sono evidenti e inconfutabili le responsabilità della vittima.

Che, per questo, non può certo essere ricordato come un eroe, come un esempio da menzionare ma che merita comunque il rispetto che si deve a chi è risultato vittima di quelle giornate di follia. Non avremmo voluto parlare ancora del povero Carlo Giuliani, piuttosto 16 anni dopo quella vergogna di Stato è importante ripartire dalle parole, da sottoscrivere in pieno, dei giorni scorsi dell’attuale capo della Polizia Franco Gabrielli.

Che, sia pure dopo tanti anni, ha avuto il coraggio di ammettere il disastro di quei giorni, le gravissime responsabilità delle forze dell’ordine e, soprattutto, dei suoi vertici e di avanzare proposte che un paese civile dovrebbe immediatamente fare proprie.

La nottata non è mai passata – ha dichiarato Gabrielli – a Genova un’infinità di persone, incolpevoli, subirono violenze fisiche e psicologiche che hanno segnato le loro vite. E se tutto questo, ancora oggi, è motivo di dolore, rancore, diffidenza, beh, allora vuol dire che, in questi sedici anni, la riflessione non è stata sufficiente. Né è stato sufficiente chiedere scusa a posteriori”. Gabrielli ammette con estrema franchezza che la gestione dell’ordine pubblico al G8 di Genova “fu una catastrofe” e, senza peli sulla lingua, afferma che “se io fossi stato Gianni De Gennaro mi sarei assunto le mie responsabilità senza se e senza ma. Mi sarei dimesso”.

Gianni De Gennaro era il capo della polizia all’epoca del G8 di Genova. Al di là della sua vicenda processuale (condannato ad un anno e 8 mesi di reclusione per istigazione alla falsa testimonianza nei confronti dell’allora questore di Genova Colucci venne poi assolto in seguito alla testimonianza del questore stesso che, però, per quella testimonianza fu poi condannato a 2 anni e 8 mesi di reclusione),  in qualsiasi paese civile chi era a capo delle forze dell’ordine in quei giorni non solo si sarebbe dimesso, ma sarebbe stato definitivamente accantonato .

De Gennaro non solo non si dimise ma nel governo Monti fu nominato sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio. E nel 2013  il governo Letta lo nominò presidente dell’allora Finmeccanica, azienda statale ridenominata poi “Leonardo”). Poi ci si chiede per quale ragione le istituzioni italiane siano sempre meno credibili…

Come si fa a ritenere credibili istituzioni che premiano in questo modo chi aveva la responsabilità del comando in quel G8,durante il quale si è assistito a innocui cittadini, giornalisti, fotografi selvaggiamente picchiati dalle forze dell’ordine, quando il nostro paese si è macchiato della terribile vergogna della violenta irruzione alla scuola Diaz (passata alla storia come la “macelleria messicana”), della ancora più insopportabile vergogna di quello che è accaduto nella caserma di Bolzaneto, con episodi, violenze e torture fisiche e psicologiche degne del regime militare dell’Argentina degli anni ’70 e del Cile di Pinochet.

A Bolzaneto ci fu tortura, lo dico chiaramente – afferma Gabrielli – l’evaporare della catena di comando e di responsabilità ha determinato che una caserma del reparto mobile della polizia si trasformasse in un garage Olimpo”. Per chi non lo sapesse “Garage Olimpo” è il titolo di un film di Marco Bechis che racconta la storia di un bunker sotterraneo, appunto denominato Garage Olimpo, dove i militari argentini attuavano le più feroci tecniche di tortura.

Non è cosa da poco, c’è l’attuale capo della polizia, non qualche esponente degli antagonisti, che ammette tutte le vergognose nefandezze commesse dalle forze dell’ordine in quel drammatico G8, una pagina ignobile per il nostro paese che, non a caso, ha subito innumerevoli condanne dal tribunale di Strasburgo. Non solo, Gabrielli va oltre e arriva a sdoganare argomenti che in questi anni tra i rappresentanti delle forze dell’ordine sono stati sempre colpevolmente considerati dei tabù. Parliamo in particolare della legge sulla tortura (che, per altro, è stata definitivamente approvata nei giorni scorsi) e dei codici identificativi sui caschi dei poliziotti.

La Polizia che immagino io – afferma Gabrielli –  non ha e non deve avere paura degli identificativi nei servizi di ordine pubblico, di una legge, buona o meno che sia, sulla tortura, dello scrutinio legittimo dell’opinione pubblica o di quello della magistratura. Una polizia che non deve vivere la mortificazione o lo stillicidio delle sentenze della Corte europea per i diritti dell’Uomo su quei fatti di sedici anni fa”.

Se riavvolgiamo il nastro e ripartiamo dalla indegne parole del consigliere comunale Urbisaglia, Gabrielli ci appare ancora più un gigante. Il primo tra le istituzioni che, a distanza di 16 anni, ha finalmente avuto il coraggio di inquadrare la vergogna del G8 nei giusti termini. Meglio tardi che mai…

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