Chi ha paura della “balena blu”


Dopo il clamore provocato dal servizio de “Le Iene” sul gioco che porta al suicidio, si è scatenata su giornali, web e social una furibonda campagna per dimostrare che il “Blue Whale” è solamente una montatura, una “leggenda metropolitana”. Ma la realtà raccontata dai fatti è, purtroppo, ben differente

Perché tutta questa smania di smontare l’attendibilità delle notizie relative al “Blue Whale”? Perché questa fretta di dimostrare, anche a costo distorcere i fatti e di omettere importanti informazioni, che in realtà è tutta una montatura, una “fake news” come è di moda dire oggi? Ci ha colpito in maniera particolare, come è inevitabile che fosse, il servizio mandato in onda da “Le Iene”. Ci ha colpito scoprire la realtà del folle gioco che porta al suicidio giovanissimi e adolescenti, ci ha scosso e ci ha fatto riflettere perché in esso si racchiudono problematiche molto delicate e difficili da affrontare: la vulnerabilità degli adolescenti, la potenziale pericolosità della rete, dei social, i devastanti effetti dell’utilizzo  delle tecniche di manipolazione mentale.

Ma non certo in misura minore ci ha colpito anche l’immediata e furibonda campagna che si è scatenata su giornali, siti web, social per ridimensionare e, per certi versi, ridicolizzare la portata del “Blue Whale”. Ci ha colpito, anche se in realtà ce lo aspettavamo, perché per certi versi ci ha confermato come questa vicenda tocchi profondamente alcuni questioni che in Italia sono tabù o quasi.  Non è certo una novità, almeno non lo è per chi in passato si è occupato di certi argomenti, che la reazione è sempre la stessa quando si prova anche solo a discutere di manipolazione mentale, di plagio. In un paese in cui negli ultimi 30 anni si è assistito ad uno sviluppo fuori dal comune del mondo delle sette, siano esse sataniche, spirituali o religiose, in cui si è sempre più diffuso l’utilizzo, da parte di quei sistemi che pure non possono essere catalogati come tali, dei metodi di persuasione tipici delle sette stesse, in cui crescono e assumono sempre più importanza quelle realtà religiose che sono al confine con il mondo delle sette, è impensabile provare anche solo a parlare di tematiche inerenti la manipolazione mentale.

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Così come, in una realtà come la nostra dove i moderni mezzi di comunicazione sono spesso utilizzati per fini di un certo tipo, non è “cosa buona e giusta” discutere e riflettere sui rischi insisti nell’utilizzo senza alcun tipo di filtro di quegli stessi mezzi. Nulla di nuovo o di sorprendente, quindi. Però non avremmo mai immaginato di dover leggere una serie così impressionante di “corbellerie”, di vedere la realtà dei fatti così spudoratamente manipolata, addirittura fino a spingersi a negare l’evidenza. Si è arrivati al punto di definire il suicidio di centinaia di adolescenti “poca cosa”, una semplice “leggenda metropolitana”, ci si è spinti al punto di mettere in discussione l’esistenza di personaggi (come Rina Palenkova) le cui tragiche gesta sono testimoniate da foto e video, si è cercato di stravolgere affermazioni e dichiarazioni che in realtà andavano esattamente nel senso opposto (cioè certificavano l’esistenza del “Blue Whale”), si è provato addirittura a proporre deliranti tesi di pseudo psicologi per dimostrare l’indimostrabile, come il fatto che gli adolescenti siano difficilmente manipolabili (peccato che la storia ci ha insegnato esattamente il contrario…).

Naturalmente è giusto, anzi doveroso, cercare di capire meglio, di comprendere fino a che punto ciò che ci è stato raccontato corrisponde a verità e in che misura la suggestione, che simili storie inevitabilmente producono, possa finire per condizionarci e spingerci a vedere le cose in maniera poco lucida. Ma partendo dal presupposto che ci sono fatti ed evidenze inoppugnabili, che  non si possono negare. Il primo, innegabile e non contestabile,  è che i ragazzini e le ragazzine che si sono suicidati gettandosi da grattacieli o edifici altissimi purtroppo non se li è inventati nessuno, esistono davvero. Così come è innegabile che l’esistenza del “Blue Whale” è comprovata non solo dall’arresto di alcune persone, ma anche e soprattutto dalle testimonianze di alcuni adolescenti che sono riusciti ad uscire prima dal gioco (e proprio grazie alle rivelazione di una queste si è arrivati all’arresto di Philiph Budeikin, 22enne considerato tra gli ideatori del gioco della morte).

Ed è altrettanto giusto sottolineare che per numerosi casi di suicidio anche le autorità di polizia russe non hanno dubbi sul fatto che siano riconducibili al “Blue Whale”, così come è innegabile che tantissime vittime presentavano incisa sulla propria pelle una balena blu o comunque nei giorni precedenti al suicidio erano stati visti disegnare quel simbolo. E’, quindi, del tutto evidente che stiamo parlando di qualcosa di terribilmente concreto. E, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la conferma ulteriore arriva proprio da quei siti che si occupano di smascherare le bufale che, pure, in maniera del tutto proditoria vengono citati in alcuni di quegli articoli che cercano di smontare la notizia. David Puente, probabilmente il più noto debunker, scrive ad esempio che “non ci sono dubbi che il gioco esiste, alcuni ragazzi sono stati arrestati con l’accusa di aver contribuito alla sua diffusione”.

Sulla stessa linea il sito “Butac” che solleva dubbi su alcuni aspetti ma non nega certo l’esistenza del tragico gioco online. Partendo da questi fondamentali presupposto, cerchiamo ora di capire cosa sia il “Blue Whale”. Con quel nome si fa riferimento ad  un assurdo gioco online rivolto a ragazzini e adolescenti il cui folle fine ultimo è quello di portare chi partecipa al suicidio. Al gioco si  partecipa volontariamente, da quel momento in poi, però, inizia una vera e propria opera di manipolazione mentale che si conclude con il suicidio. Si inizia a giocare postando un messaggio con l’hastag #f57 e così  si entra immediatamente in contatto in forma privata con un master che impone le regole del gioco al partecipante. Che deve sottostare a 50 giorni di missioni da eseguire, al termine delle quali deve uccidersi gettandosi dal palazzo più alto della città.

Il tutto  in una sorta di logorante lavaggio del cervello e totale annientamento della volontà e della personalità della vittima. Che, oltretutto, deve comprovare di aver compiuto le missioni imposte inviando foto o video al master..  Il nome “Bleu Whale” si ispira alle balene e alla loro pratica di spiaggiarsi e morire senza un apparante motivo, mentre il numero di 50 missioni fa riferimento ad un libro molto in voga nei siti, nelle chat e nelle room dedicate al tema del suicidio, “50 days before my suicide” (“50 giorni prima del mio suicidio”)  di Stace Kramer. Il libro racconta le inquietudini e i disagi di una giovane adolescente della Florida che si convince che l’unica via di uscita sia la morte. Così si prepara al suicidio, scrivendo sul proprio diario, giorno per giorno, tutte le imprese da compiere nei suoi ultimi 50 giorni di vita.

A parlare per la prima volta del “Blue Whale” nel 2016 è stata la testata indipendente russa “Novaya Gazeta” (nota per aver pubblicato alcune delle inchieste più scottanti di Anna Politkovskaja, la giornalista russa assassinata il 7 ottobre 2006 a Mosca) che collegava a questo folle gioco online almeno 130 suicidi di adolescenti russi tra novembre 2015 e aprile 2016. Qualche mese dopo, grazie alla denuncia di una ragazza uscita dal “gioco”, la polizia russa arrestava Philiph Budeikin, 22enne considerato tra gli ideatori del “Blue Whale”.  “Un giorno capirete e mi ringrazia rete, li ho spinti al suicidio per purificare la società” ha dichiarato nel corso di un’intervista con un giornale russo, attribuendosi la responsabilità per il suicidio di una ventina di ragazzi (ma le autorità giudiziarie russe ritengono che le “sue” vittime siano molte di più).

Nel febbraio del 2017 è il “Sun” ad occuparsi per la prima volta in Occidente del “Blu Whale” (“Blue whale game linked to 130 teen deaths is just tipo f the iceberg in the world’s suicide capital Russia”). Il quotidiano britannico evidenzia come l’elevato numero di suicidi tra adolescenti sia un problema più vasto in Russia e non riconducibile esclusivamente ai gruppi della morte. Ma, a differenza di quanto ha sostenuto in questi giorni da chi parla di “fake news”, non mette assolutamente in discussione l’esistenza di quel tragico gioco. Anzi racconta nel dettaglio le storie di alcune ragazzine che si sono tolte la vita, collegandole senza dubbi al “Blue Whale”. Dopo quell’articolo il  gioco esplode anche in Occidente, su Instagram e Tumblr iniziano a proliferare i post taggati #f57.

A marzo per la prima volta su Reddit (un social news) vengono pubblicate le regole, le famose 50 prove a cui un utente deve sottostare prima di uccidersi. Poi domenica 14 maggio il tragico gioco online irrompe con violenza anche in Italia (dove, per la verità, in rete qualche accenno già si poteva trovare), grazie al servizio de “Le Iene”. Che collega (attraverso la testimonianza di un compagno di scuola) il suicidio di un 15enne livornese, gettatosi da un palazzo cittadino, al “Blue Whale”. Il servizio de “Le Iene”, curato da Matteo Viviani, è  importante  perchè presenta le testimonianze delle mamme di due vittime e quella non meno importante di Sergey Pestov, presidente dell’associazione dei genitori delle giovani vittime. Tutti e tre sottolineano un dato assolutamente significativo e di cui bisogna tenere conto, cioè il fatto che diversi di quegli adolescenti erano ragazzini che non avevano mai manifestato problemi di depressione e, meno che mai, istinti e tendenze suicide.

Chi continua a sostenere che sia tutta una montatura, dovrebbe quindi avere il coraggio di accusare Viviani di aver mostrato non personaggi reali ma dei figuranti che hanno interpretato una parte. Sappiamo, però, con certezza che Sergey Pestov e quell’associazione di genitori esistono per davvero…  Giusta, invece, è la cautela per quanto riguarda il caso di Livorno per il quale  non c’è la certezza che  sia legato al “Blue Whale”. Nei giorni successivi a quel servizio, però, sono spuntati  casi simili in diverse parti d’Italia. Molto clamore, ad esempio, ha destato la storia di una 13enne di Pescara salvata in extremis dalla solerzia di alcune sue compagne che hanno notati i tagli sulle braccia e immediatamente hanno avvertito i genitori. Secondo le cronache la ragazzina era arrivata al 49° giorno, quindi ad un giorno dalla tragica conclusione del gioco, ed ora è ricoverata al reparto Neuropsichiatria Infantile dell’ospedale Salesi di Ancona.

Dove, a quanto ci risulta (anche se non ci sono conferme ufficiali), nei giorni scorsi è stata ricoverata una ragazzina di una scuola media ascolana, anche lei salvata dalle sue compagne di scuola. Ma casi simili sono spuntati anche a Teramo, in Alto Adige, in Toscana, in Emilia, in Molise. Solo suggestioni? Ovviamente non possiamo escluderlo, giusto in questi casi usare la massima cautela. Ma il primo dirigente della Polizia di Stato, direzione anticrimine, Elisabetta Mancini, ha confermato che sono sotto attenzione diversi probabili casi di “Blue Whale”, confermando che la Polizia ha preso molto sul serio questa vicenda. Così come non ci sono dubbi che molto sul serio è stata presa in Russia, al punto che se ne è ufficialmente occupata la Duma (il Parlamento russo), con la vicepresidente Irina Yarolava che ha ammesso come, secondo un’indagine effettuata nel corso del 2016, dei circa 720 suicidi tra gli adolescenti russi numerosi erano riconducibili a certi giochi online.

Stessa massima allerta e attenzione altissima anche da parte delle forze dell’ordine di diversi paesi europei. E’ del tutto chiaro, quindi, che il “Blue Whale” è un fenomeno tragicamente reale e che dalla Russia pian piano si è già esteso anche nel resto dell’Europa, Italia compresa. Questo, secondo qualcuno, sarebbe sufficiente per sostenere che sarebbe stato (e sarebbe) meglio parlarne il meno possibile, per evitare l’effetto emulazione. Tesi che non ci trova per nulla d’accordo, innanzitutto perché oggi, con i social e con la rete, è praticamente impossibile evitare il diffondersi di certe informazioni, soprattutto tra i più giovani. Per questo riteniamo, al contrario, assolutamente opportuno e necessario dare la giusta informazione in merito a determinati fenomeni, per aiutare i ragazzi a non cadere nella trappola e per mettere in allerta gli adulti e spingerli ad una maggiore attenzione. E, a giudicare dalla cronaca di questi giorni, sembra proprio che i primi effetti positivi si stiano vedendo.

Molto più complesso, invece, è cercare di comprendere come sia nato e cosa ci sia dietro il “Blue Whale”. Di certo, come ha evidenziato chi ha sollevato perplessità, quel gioco non nasce dal nulla. Le discussioni riguardanti il suicidio da anni proliferano in rete, esistono  e sono seguitissime, soprattutto da giovani e adolescenti, chat, room, siti, forum in cui si parla apertamente e senza tanti tabù di questo argomento. Alcuni di quei gruppi, in realtà, sono veri e propri punti di supporto in rete, di accoglienza per persone che altrimenti sarebbero sole. Ma è altrettanto indiscutibile che esistono tanti forum, tante chat che affrontano la materia in modo più aggressivo e che sostanzialmente si definiscono “pro choice”, cioè considerano lecita per ogni persona sia la scelta di continuare a vivere che di suicidarsi. Esistono, poi, forum dedicati all’esaltazione del suicidio, che senza alcun scrupolo hanno l’obiettivo di spingere al suicidio chi ha difficoltà e ha preso in considerazione l’ipotesi di togliersi la vita.

Quei forum sono conosciuti e frequentati da un numero impressionante di adolescenti europei (anche italiani) ancora di più in Russia dove da anni i dati sui suicidi in giovane età sono impressionanti. Che il “Blue Whale” sia nato e si sia sviluppato in questo contesto è innegabile. Più difficile pensare ad una sorta di casualità, al frutto di una singola mente deviata, di qualche folle che, poi, come avviene spesso in queste circostanze ,abbia trovato degli emuli che hanno contribuito ad accrescerlo e a diffonderlo. C’è, infatti, un elemento nuovo e assolutamente determinante che non può e non deve essere trascurato. Rispetto ai “gruppi della morte”, il “Blue Whale” ha la capacità di rivolgersi e di attrarre non solo adolescenti inquieti e con già tendenze suicide ma anche e soprattutto a ragazzine e ragazzine tranquille, apparentemente serene.

Su questo punto non hanno dubbi le autorità russe ed ancora più categorico è Sergey Pestov (senza dimenticare le testimonianze di amiche e amici di tante vittime). Nella maggior parte dei casi chi entra nel gioco postando l’hastag #f57 non lo fa perché è già in preda di una forte depressione. Poi, però, inizia la terrificante opera di plagio, di manipolazione mentale che spinge la vittima a fare tutto ciò che vuole il master.  Ed è proprio questo l’elemento che caratterizza e rende unico il “Blue Whale”, il suo basarsi e fondarsi principalmente sulle più sofisticate tecniche di manipolazione mentale. Chiunque ha una seria e approfondita conoscenza di questa delicata tematica, non ha alcun dubbio che il gioco della morte sia stato pensato e strutturato basandosi su una particolare tecnica di manipolazione mentale, solitamente utilizzata dalle sette, meglio conosciuta come “i 7 passi” che prevede, appunto, 7 fondamentali obiettivi: 1. creazione di una realtà diversa dal resto del mondo; 2. creazione di un gruppo; 3. presenza di un leader insindacabile; 4. creare impegni crescenti; 5. creare una simbologia che incuriosisca e contribuisca a cercare nuovi discepoli; 6. indebolire la mente della vittima per non permettergli di pensare; 7. creare la terra promessa, il grande obiettivo finale.

Pensare che un simile sofisticato sistema sia stato messo in pratica quasi per gioco, da qualche folle isolato, è davvero improbabile. Questo, naturalmente, non vuole dire che certamente dietro ci sia un disegno di carattere mondiale, è del tutto possibile (anche se non certo) che la sua successiva diffusione in altri paesi possa essere stata determinata da una folle volontà di emulazione. Ma che il punto di partenza non sia stato casuale, alla luce di queste considerazioni appare più che un sospetto. Che poi dietro alla nascita del “Blue Whale” ci sia il disegno perverso di qualche gruppo o setta o qualche non meno folle progetto politico è difficile al momento da capire. Secondo ambienti vicini al governo russo, dietro a quel tragico gioco ci sarebbero i nazionalisti ucraini che hanno l’obiettivo di spingere un numero sempre crescente di giovani russi al suicidio. In alcuni ambienti dell’opposizione, però, si sostiene che in realtà dietro ci sarebbe proprio il governo russo che vorrebbe sfruttare la suggestione popolare che ne scaturisce per intervenire pesantemente sui social (l’unico mezzo di comunicazione che il governo stesso non riesce a controllare) per limitarne in maniera radicale la libertà.

Strumentalizzazioni politiche? Congetture fantasiose? Può darsi, ma non dobbiamo dimenticare che la storia recente ci insegna che per la manipolazione mentale è stata spesso utilizzata come arma politica. Sappiamo bene, ad esempio, che Josef Mengele ad Auschwitz ha dedicato molto tempo alla ricerca e alla sperimentazione del controllo della mente. Lo stesso Mengele, fuggito poi in Sudamerica, fu il principale promotore del “Progetto Monarch”, un metodo di controllo mentale utilizzato per favorire lo sviluppo di alcuni regimi totalitari sudamericani, e del conseguente programma di controllo mentale Mk-Ultra, utilizzato dalla Cia e da altre organizzazioni non solo a fini strettamente politici. Senza addentrarci ulteriormente in un argomento che meriterebbe un maggiore approfondimento, è importante in questa sede sottolineare come da sempre l’obiettivo principale di quei programmi erano ragazzi e adolescenti.

Così come è fondamentale evidenziare come alcune di quelle tecniche di plagio sono alla base della manipolazione mentale che viene utilizzata per indottrinare i “kamikaze”   al servizio del terrorismo islamico ma anche da parte delle sette per irretire e adescare nuovi adepti, senza dimenticare  che alcune di quelle tecniche vengono comunque in qualche modo utilizzate anche da gruppi religiosi, nel marketing ma anche e soprattutto in alcuni movimenti e gruppi politici. E tutto ciò inevitabilmente viene amplificato e favorito dalla rete, dall’utilizzo senza alcun genere di filtro che si può avere dei più moderni mezzi di comunicazione. Per questo, invece di affrettarsi per cercare di dimostrare, contro ogni evidenza, che siamo di fronte ad una delle tante “fake news”, la vicenda legata al “Blue Whale” potrebbe e dovrebbe essere un’importante occasione per discutere e interrogarsi su queste delicate tematiche, su quali possono essere gli strumenti da adottare per far si da un lato di difendersi da questi fenomeni e, dall’altro, di non intaccare e limitare troppo la libertà di ognuno.

Però parlare dei pericoli e delle distorsioni del web, della rete in Italia praticamente non è possibile. Anche perché persino chi fino a qualche tempo fa invocava provvedimenti in qualche modo restrittivi, ora ha scoperto le potenzialità illimitate della rete stessa e sta imparando a sfruttarle al meglio (e quindi non ha più alcun interesse a valutare anche i minimi correttivi). E, al tempo stesso, ogni discussione, ogni riflessione sulla manipolazione mentale è assolutamente tabù da decenni, da quando nel 1981 (in seguito ad una pronuncia della Corte Costituzionale) è stato abolito il reato di plagio. Tutti i tentativi di reintrodurre quel reato sono stati bloccati, addirittura nel 2005 una proposta di legge in proposito era stata approvata dalla Commissione Giustizia del Senato.

In aula, però, quella proposta non arriverà mai, bloccata dal fuoco di fila di tutti quei parlamentari vicini al mondo cattolico più oltranzista (ma anche da quei parlamentari e gruppi politici in qualche modo legati ad alcuni noti movimenti settari) e dalla feroce campagna promossa da una parte del mondo cattolico e dal mondo protestante, secondo cui tale norma avrebbe avuto gravi  ripercussioni sulla libertà religiosa (in pratica una sorta di ammissione che la religione si basa anche sulla manipolazione mentale…) . “Tale legge rischia di colpire e far chiudere monasteri e conventi” dichiarò allora il presidente dell’Aduc Donatella Poretti, contribuendo a mettere una definitiva pietra tombale sulla discussione sull’opportunità di reintrodurre il reato di plagio. Che, invece, potrebbe essere un’importante arma da usare di fronte a pericoli come quello rappresentato dal “Blue Whale”.

Perché è sicuramente importante e indiscutibilmente molto utile invitare, come ha fatto la direzione antricrimine della Polizia di Stato, le famiglie e i genitori a prestare una maggiore attenzione ai comportamenti dei figli, ai siti che frequentano nei social, a ciò che condividono. E di certo è utile chiedere a tal proposito uno sforzo e un impegno anche da parte del mondo della scuola, esortando gli insegnanti ad affrontare anche in classe determinate tematiche per sensibilizzare i propri alunni. Ma sarebbe oltremodo fondamentale poter finalmente discutere senza troppi tabù anche nel nostro paese della diffusione in vari campi delle tecniche di manipolazione mentale, di come attraverso i social e i moderni mezzi di comunicazione queste pratiche trovino oggi maggiore e più semplice diffusione.

Perché sarebbe da ingenui credere che quanto sta accadendo con il “Blue Whale” non possa accadere (o non stia già accadendo) in altri ambiti…

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