Cellulare e cancro, così è se vi pare…


La sentenza del tribunale di Ivrea ha riportato per qualche giorno l’attenzione sul possibile nesso tra esposizione ai campi elettromagnetici e cancro. Per il professor Levis, membro del gruppo di lavoro Iarc/Oms non ci sono dubbi: “Le emissioni dei cellulari sono dei sicuri cancerogeni per l’uomo”. Ma la comunità scientifica non è tutta concorde

Ha destato molto scalpore la sentenza della settimana scorsa del tribunale di Ivrea  che ha condannato l’Inail a corrispondere ad un dipendente 57enne della Telecom una rendita vitalizia per risarcirlo di una malattia professionale.  Sulla base di una minuziosa e approfondita consulenza tecnica il giudice Luca Fadda ha stabilito che il neurinoma dell’acustico (tumore benigno ma invalidante) che ha colpito l’uomo è stato provocato dall’uso continuativo del cellulare per lavoro 3-4 ore al giorno. E’ la prima volta al mondo che una sentenza riconosce il legame causa-effetto fra un tumore al cervello e l’utilizzo continuo del cellulare.

E’ la prima volta che la giustizia italiana riconosce la piena plausibilità dell’effetto oncogeno delle onde elettromagnetiche dei cellulari – hanno commentato dopo la sentenza i legali dell’uomo – un passo avanti importante, segno del continuo avanzamento delle conoscenze scientifiche. E’ importante che tutti gli italiani siano al corrente dei rischi che corrono utilizzando i cellulari, i bambini e le donne in gravidanza non dovrebbero usare questi strumenti”.  E’ oltre modo significativo che a siglare la perizia che è destinata a fare storia è un vero e proprio luminare, il professor Angelo Levis, ordinario di Mutagenesi ambientale all’Università di Padova e membro del comitato scientifico dell’International Society of doctors for the Environment e dei gruppi di lavoro Iarc/Oms sulla cancerogenità dei metalli.

Le emissioni dei telefonini mobili – scrive nella sua perizia – dovrebbero essere classificate nel gruppo 1 dei sicuri cancerogeni per l’uomo . L’incremento del rischio è impressionante: è triplicato per l’insieme dei casi esposti da più di 10 anni, quasi quadri plicato in quelli esposti solo a cordless”. Per un paio di giorni i media hanno parlato della sentenza con un certo stupore, con molta sorpresa. Poi, ovviamente, sull’argomento è nuovamente calato il silenzio. Passata la sorpresa che la rivoluzionaria sentenza ha provocato, chissà perché si è preferito tornare ad ignorare la vicenda.

Nulla di nuovo e di strano, un film già visto più volte, già diversi anni fa. Si perché la sentenza di Ivrea e la perizia del professor Levis in realtà non dicono nulla di nuovo e tanto meno di rivoluzionario. O meglio, può essere rivoluzionaria e sorprendente in un paese che fa sempre in fretta a dimenticare, anche grazie alla complicità del sistema di informazione. Eppure proprio il capoluogo piceno tanti anni fa è stato il teatro di un importante convegno sull’incidenza delle onde elettromagnetiche, non solo dei cellulari ma anche delle antenne per cellulari e dei tralicci dell’alta tensione, sulla salute degli uomini. “Altattenzione” si intitolava il convegno organizzato dalla Provincia di Ascoli che si svolse nel dicembre del 1998 a Palazzo dei Capitani e che vide la partecipazione di esperti e di luminari del settore.

Il convegno non fu organizzato casualmente, in quel preciso momento storico nel paese si stava discutendo sulla potenziale pericolosità e sui possibili effetti per la salute umana provocati dall’esposizione prolungata e continua alle onde elettromagnetiche di cellulare, antenne e tralicci. L’opinione pubblica se ne occupava da qualche mese e, grazie a quel convegno, Ascoli fu in quell’occasione al centro dell’attenzione. Nel corso del convegno furono presentati i risultati a cui era giunta la Commissione scientifica incaricata dal Congresso americano.

“Emerge con evidenza – si leggeva in quella relazione – la correlazione tra l’esposizione prolungata alle onde elettromagnetiche e l’insorgenza di certi tipi di tumore (…) L’esposizione prolungata e continua a campi elettromagnetici può provocare effetti devastanti per la salute: aumento dei casi di tumori, accelerazione dei fenomeni tumorali già presenti, aumento delle leucemie infantili, scompensi fisici di varia natura”.  Nel corso dell’incontro intervennero alcuni esperti del settore che allora sembravano non avere dubbi.

Studiosi, ricercatori, oncologi sono ormai concordi nel ribadire questi concetti – affermò il prof Marinelli ricercatore del Cnr di Bologna – l’esposizione prolungata e continua a campi elettromagnetici può causare effetti drammatici alla salute dell’uomo. Nelle persone esposti in maniera prolungata e continuativa a campi elettromagnetici il cervello non produce a sufficienza melatonina, sostanza fondamentale per l’equilibrio del nostro organismo, con scompensi di vario tipo. Noi sconsigliamo persino l’utilizzo dei baby talk, gli apparecchi per controllare a distanza il sonno dei neonati, figuriamoci quanto possa essere nocivo l’uso costante del cellulare o, peggio ancora, vivere a ridossi di antenne per cellulari tralicci dell’alta tensione”.

I più colpiti – rincarava la dose il prof Soffritti, oncologo dell’Istituto nazionale tumori e malattie ambientali di Bologna – sono i bambini e gli anziani. Gli effetti dei campi elettromagnetici si sentono fino a 150-200 metri di distanza. E’ fondamentale fare in ogni Comune una mappatura dei campi elettromagnetici e dei rischi”. Come detto il possibile rischio derivante dall’esposizione a campi elettromagnetici diventò motivo di discussione e approfondimento a livello nazionale. Dell’argomento se ne occuparono diverse trasmissioni di approfondimento su Rai e Mediaset, tutti i principali giornali italiani per mesi pubblicarono articoli, approfondimenti con interventi di esperti e studiosi in materia, per la verità tutti piuttosto cauti.

In particolare si sottolineava come una ricerca così giovane  aveva bisogno di ancora anni e anni di studi, di verifiche, di riscontri prima di poter giungere a simili conclusioni che, però, non venivano certo considerate peregrine, anzi. Solo che si chiedeva di pazientare, si sosteneva che bisogna attendere almeno una decina di anni per avere risultati e dati più certi. Come avviene sempre in questi casi, si mobilitarono anche i cittadini e le associazioni, nacquero un po’ ovunque comitati cittadini . Anche nelle Marche dove il problema era particolarmente sentito, tanto che si costituì un Comitato di Coordinamento regionale dei cittadini contro i campi elettromagnetici che in pratica riuniva i vari comitati cittadini che erano nati in diversi comuni marchigiani. In particolare fece scalpore anche a livello nazionale il caso  di una via di San Benedetto, via Bianchi, con alcuni palazzoni a pochi metri dai tralicci dell’alta tensione e, tanto per gradire, dove poi erano state installate un paio di antenne per cellulari. In quella via e in un paio di quei palazzi si erano riscontrati numerosi casi di cancro.

Ma, in particolare, l’attenzione fu catturata dal calvario di una ragazza di via Bianchi  colpita da un tumore al pancreas e più volte operata al Policlinico Borgo Chiaro di Verona. “Il 90% di questo genere di tumori giovanili – si leggeva nel referto siglato dal prof. Pederzoli, all’epoca noto oncologo del Policlinico veronese – è causato da fattori fisici come l’esposizione a campi elettromagnetici”. E il caso di quella ragazza finì addirittura all’attenzione di “Moby Dick”, il più seguito programma di approfondimento settimanale di allora, condotto da Michele Santoro e in onda ogni giovedì sera sugli schermi di Italia Uno.

Nel marzo 1999, sull’onda dell’attenzione mediatica riservata al problema delle possibili conseguenze dell’esposizione alle onde elettromagnetiche, Santoro dedicò a quel tema un’intera puntata di “Moby Dick”, mettendo a confronto le tesi di chi non aveva dubbi in proposito e chi invece tendeva a sminuire il problema. Nel corso della trasmissione fu effettuato un collegamento telefonico con quella ragazza di via Bianchi che raccontò la sua storia, rese note le conclusioni praticamente unanimi dei medici che si erano occupati del suo caso. Furono anche mostrate delle immagini della via di San Benedetto e lo stesso Santoro disse alla ragazza che l’avrebbe ospitata  in studio la settimana successiva, visto che aveva manifestato l’intenzione di continuare a parlare dell’argomento. Inutilmente nel corso della settimana successiva quella ragazza e noi che avevamo seguito dall’inizio il suo caso aspettammo la chiamata della redazione di “Moby Dick”.

Che, il giovedì successivo, si guardò bene dal ritornare dall’argomento che, pure, aveva suscitato grandissima attenzione.  Cosa era accaduto? Perché Santoro non rispettò quella promessa? Difficile dirlo, certo è che i principali sponsor di quel programma erano due compagnie telefoniche. Che, come tutte le compagnie telefoniche e l’Enel stesso, non gradirono affatto quella trasmissione, al punto che un paio di giorni diffusero un durissimo comunicato stampa nel quale si riaffermava che non si poteva trarre alcuna conclusione, visto che bisognava attendere ancora diversi anni di ricerca prima di potersi esprimere con chiarezza. C’è qualcosa di più di un forte sospetto che quella specie di diktat abbia condizionato le scelte di Santoro e di “Moby Dick”, così come finì per condizionare un po’ tutto il sistema di informazione italiano, con tutti i più importanti quotidiani che, guarda il caso, avevano tra i principali sponsor proprio le compagnie telefoniche.

Così, in breve tempo, da quegli stessi quotidiani quell’argomento così lungamente trattato pian piano scomparve, liquidato con l’accettazione della tesi contenuta in quel comunicato stampa dell’attesa dello sviluppo della ricerca e della lunghissima verifica dei dati. Della possibile connessione tra esposizione a campi elettromagnetici e cancro se ne tornerà brevemente a parlare nel 2011 prima e nel 2013 poi  in seguito alla pubblicazione degli studi dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) e ad una successiva revisione degli studi stessi. Sono passati diversi anni eppure quasi 15 anni dopo la Iarc sostanzialmente ribadisce la tesi attendista, classificando i campi elettromagnetici come cancerogeni di gruppo 2B, ovvero come sospetti agenti cancerogeni.

Nonostante numerosi studi epidemiologici e di laboratorio non ci sono ancora prove certe della connessione, in particolare gli esperti stanno ancora studiando se c’è una correlazione tra insorgenza di cancro ed esposizione a campi elettromagnetici a lungo termine. In compenso, però, la Iarc cita due studi che evidenziano la pericolosità per quanto riguarda i bambini. Infatti un’indagine del National Cancer Institute ha evidenziato che il rischio di leucemia infantile raddoppia in casi di esposizione a campi elettromagnetici di intensità superiore a 0,4 microTesla, situazione che può verificarsi nella vita quotidiana quando ci si trova a vivere nei pressi di tralicci dell’alta tensione o anche di potenti antenne per cellulari.

In questi casi sarebbero necessarie verifiche e misurazioni prolungate e continue, ma in questo senso abbiamo più volte verificato in che modo vengono fatti questi rilevamenti. Uno studio canadese, invece, ha associato l’esposizione di donne in gravidanza con un maggior rischio di leucemia infantile nei figli. Ora, dopo lunghi anni di silenzio, la sentenza di Ivrea per un paio di giorni ha riportato l’attenzione sul tema, con lo stesso genere di reazioni di 18 anni fa.

Non ci sono prove che il telefonino provochi il tumore – ha commentato dopo la sentenza Francesco Cognetti , direttore dell’Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma – il legame tra l’utilizzo del cellulare e l’insorgenza del cancro è possibile ma non certo”. “La sentenza non mi stupisce – risponde Paolo Maria Rossini, direttore dell’Unità di Neurologia del Policlinico Agostino Gemelli di Roma – che ci sia un legame tra l’uso dei telefonini e il cancro non è una novità”. Che ci siano valutazioni difforme anche all’interno dello stesso mondo scientifico non stupisce più di tanto.

Dovrebbe, invece, sorprendere (e non poco) che un argomento così importante e delicato anche dopo la sentenza di Ivrea sia scomparso dai media nel giro di un paio di giorni. “Ma avete visto chi sono i  maggiori sponsor e inserzionisti di tv e giornali? Meno si parla di questo argomento è meglio è per loro” ci confessava già nel 1999 il prof. Marinelli. Quasi 20 anni dopo la situazione non sembra essere cambiata e non solo per quanto riguarda l’informazione. Un paio di anni fa l’Associazione per la lotta all’elettrosmog ha intentato un’azione legale contro il ministero della salute per ottenere l’avvio di una campagna nazionale d’informazione sul tema. Sarebbe importante, invece non c’è la volontà. Di un tema comunque così  importante e delicato capita di parlarne solo per caso, per merito (o per colpa) di qualche audace giudice.

Chissà perché, come diceva sempre Andreotti “a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca”…

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