La lobby dei “sindaci piagnoni”


Appelli “strappalacrime” in tv, video denunce, annunci e comunicati stampa “melodrammatici “.  Ecco come la  “lobby dei sindaci piagnoni” cerca di scaricare su altri le responsabilità di ritardi, inefficienze e disservizi. Anche quando, come per le analisi di vulnerabilità sismica nelle scuole e per la  gestione dell’emergenza neve, sono chiaramente degli amministratori locali

Nel festival delle frasi fatte e degli slogan ad effetto che ormai da tempo dominano la politica italiana, dopo il “basta buonismo” e “alla faccia dei gufi” (definendo in tal modo chiunque si permette di criticare chi detiene il potere), ora è la volta di “il governo non può lasciare il cerino  in mano dei sindaci”. E’ questa la cantilena che ormai da giorni sentiamo ripetere da diversi primi cittadini che provano a nascondersi dietro questo paravento per cercare di giustificare quanto accaduto durante l’emergenza neve,  per cercare di disinnescare la “grana” della sicurezza di quelle scuole sprovviste di verifiche di vulnerabilità sismica o, comunque, per scaricare altrove responsabilità che in buona parte sono solo proprie.

E lo fanno sfruttando al meglio la crescente sfiducia dei cittadini italiani nei confronti dello Stato centrale, per certi versi comprensibile e ampiamente giustificata, che però permette loro di spostare sempre e comunque l’attenzione, trovando immediato supporto da parte di tutta quella fetta di cittadini che, ormai completamente sfiduciati, non aspettano altro che dare addosso al governo, alle istituzioni centrali. Dall’emergenza neve ai problemi post terremoto, le colpe di inefficienze e ritardi per questa lobby di sindaci “piagnoni” è sempre e comunque dello Stato, del governo o al massimo della Regione (che, per carità, di colpe ne hanno e sicuramente tante ma in queste circostanze fungono solo da specchietto per la allodole) anche quando l’evidenza dei fatti dimostra chiaramente che le responsabilità sono esclusivamente degli amministratori locali.

Proprio le ore scorse, ad esempio, ci ha colpito la notizia riportata da alcuni quotidiani dell’avvio nei prossimi giorni, in uno dei comuni marchigiani colpiti dal terremoto, delle opere di urbanizzazione indispensabili per poter poi rendere fruibili le famose casette messe a disposizione degli sfollati. Eppure non più di una ventina di giorni fa il sindaco di quel comune aveva pubblicamente lamentato i ritardi nella predisposizione delle casette stesse, suscitando un’inevitabile ondata di risentimento popolare nei confronti di chi, non rispettando i tempi stabiliti, stava provocando gravi disagi alla popolazione già colpita dal terremoto. Oggi scopriamo, però, che i ritardi sono causati dal Comune stesso. Per carità, comprensibile che sindaci e piccole amministrazioni possano essere un po’ in difficoltà nello gestire queste situazioni. Meno, però, il fatto di voler sparare a zero su altri per non far emergere le proprie difficoltà, le proprie responsabilità.

Ma chi meglio di ogni altro rappresenta la vera essenza del sindaco  “piagnone” è sicuramente il primo cittadino di Ascoli Guido Castelli. Che, dopo aver sfruttato il terremoto per tentare di giustificare qualsiasi genere di ritardo (dalla nuova tribuna est dello stadio al ponte di San Filippo, dalla piscina al teatro Filarmonici), nei giorni scorsi prima per l’emergenza neve e poi per la “grana”  relativa alla sicurezza delle scuole e alla mancanza delle verifiche di vulnerabilità sismica  ha fatto dello “scarica barile”, dello spostare proditoriamente l’attenzione verso altri una vera e propria arte. E a dargli manforte  ha subito  trovato un altro sindaco che, quanto a teatralità, non gli è certo da meno: il primo cittadino di Teramo Brucchi.

Entrambi in difetto per non aver rispettato la legge in merito alle analisi di vulnerabilità sismica delle scuole, invece di ammettere umilmente il grave errore commesso e spiegarne le ragioni, hanno pensato che fosse molto più  conveniente vestire gli improbabili panni delle vittime, piangendo miseria e reclamando, con video e comunicati stampa “strappalacrime”, l’assenza dello Stato che li avrebbe lasciati da soli in questa difficile sfida. Un’indecorosa “sceneggiata” con l’unico obiettivo di cercare di sviare l’attenzione, di non far comprendere ai cittadini quanto gravi siano le loro responsabilità in questa vicenda. In un imbarazzante crescendo “rossiniano”, Castelli, dopo aver fatto il consueto giro in tv per denunciare l’assenza dello Stato,  in uno dei suoi tradizionali inquietanti video, ha annunciato di aver scritto al presidente del Consiglio Gentiloni, al capo della Protezione Civile Curcio, al commissario straordinario per la ricostruzione Errani e al ministro della pubblica istruzione per chiedergli cosa doveva fare .

Devono dirmi se la mia decisione è amministrativamente corretta o, in assenza di certificati di vulnerabilità che non abbiamo in nessun edificio scolastico, come del resto praticamente in tutta Italia, devo tenerle chiuse e dichiarare finito l’anno scolastico” ha dichiarato con tono di sfida il sindaco, come se davvero avesse scoperto solo in quel momento l’esistenza del problema (e sorvoliamo sul fatto che non è affatto vero che “praticamente nessuno le ha fatte in tutt’Italia, i dati parlano infatti di circa un 70% delle scuole presenti in zone sismiche A e B in regola). E, sempre più a suo agio negli improbabili panni della vittima, pochi giorni dopo eccolo rilanciare con dichiarazioni “strappalacrime” al Corriere della Sera.

Non ci chiedano di fare accertamenti che non possiamo fare” ha affermato il sindaco che, pure, 2 giorni prima in Consiglio Comunale aveva detto esattamente il contrario, annunciando lo stanziamento nel bilancio 2017 dei fondi necessari per effettuare proprio quelle verifiche che, invece, al Corriere della Sera ha dichiarato di “non poter fare”. Stesso imbarazzante clichè da parte del sindaco di Teramo Brucchi (anche lui come Castelli in carica dal 2009) che, come il collega ascolano, ha scritto al presidente del Consiglio Gentiloni con toni sarcastici (“ci dica cosa dobbiamo fare”), annunciando l’intenzione di tenere chiuse le scuole e chiedendo l’immediato invio dei Musp (Moduli ad uso scolastico provvisorio).

Brucchi, per la verità, se l’è presa anche con la Commissione Grandi Rischi, colpevole, a suo dire, di aver procurato allarme per aver fatto quello che il ruolo della Commissione stessa richiede (cosa che, in genere, non accade mai in Italia, quindi è comprensibile lo stupore del sindaco teramano), mettendo in guardia i Comuni della zona e raccomandando loro di verificare la sicurezza delle scuole (“aprite le scuole solo se sono in grado di resistere ad un terremoto oltre il sesto grado” ha risposto emblematicamente il presidente della Commissione Bertolucci alla sua provocatoria domanda in proposito).

A differenza del primo cittadino ascolano, che alla teatralità nelle dichiarazioni raramente fa poi seguire atti eclatanti o comunque coerenti  con le dichiarazioni stesse, Brucchi ha poi deciso di tenere chiuse le scuole cittadine, provando ad ergersi a paladino della sicurezza delle scuole cittadine, dopo aver (proprio come Castelli) per mesi ignorato le richieste del Comitato cittadino. In loro soccorso e a supporto di tutti i sindaci “piagnoni” è immediatamente arrivata l’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) con una lunga lettera, firmata dal presidente dell’Anci Decaro (sindaco di Bari) che, nel passaggio relativo alla sicurezza delle scuole, rasenta il ridicolo.

Le verifiche di vulnerabilità vanno si effettuate dai Comuni – scrive Decaro – ma devono rientrare in una attività di programmazione e regolazione di competenza di altre Istituzioni. In un frangente come questo richiamare le competenze dei sindaci in materia di vulnerabilità sismica delle scuole, in pieno anno scolastico, ha significato non solo esporli ad enormi responsabilità ma anche lasciarli drammaticamente soli”. Siamo davvero al paradosso, l’Anci e il suo presidente, c’è da sperare per ignoranza (nel senso di mancata conoscenza della materia in discussione), sposano aprioristicamente i “pianti” dei loro rappresentanti, spalleggiandoli in questo indegno gioco delle tre carte. A 14 anni di distanza dal provvedimento del Presidente del Consiglio (OPCM 3274/2003) che poneva l’obbligo di effettuare la valutazione di vulnerabilità sismica nelle scuole ci vuole un’incredibile faccia tosta a chiedere che vengano fatte “in un’attività di programmazione”.

I Comuni hanno avuto 14 anni per farle e 10 anni per farle entro i tempi imposti dalla legge (fien 2013), come si fa a giustificare un’inefficienza che dura da 14 anni? Sia Castelli che Brucchi dal 2009 (quando sono in entrati in carica) hanno avuto 4 anni di tempo per rispettare i termini imposti dalla legge e, soprattutto, hanno avuto a disposizione i fondi statali per effettuare quelle analisi, visto che dal 2007 Governo, Protezione Civile e poi anche le rispettive Regioni hanno messo a disposizione di Comuni e Province ingenti finanziamenti (complessivamente si calcola che sono stati utilizzati per questo specifico problema circa 4 miliardi euro in questi 10 anni). La verità è che sia il Comune di Ascoli che quello di Teramo fino al 24 agosto scorso se ne sono altamente fregati del rischio sismico (e della sicurezza delle scuole).

Ci vuole davvero una “faccia tosta” incredibile nell’affermare, come ha fatto Castelli più volte, anche al Corriere della Sera, che quelle verifiche costano troppo, che il Comune di Ascoli non aveva i fondi per farli. Considerato che i Comuni che le hanno fatte (ce ne sono diversi, a differenza di quanto cerca di far credere il sindaco) hanno pagato non più di 30 mila euro a scuola, al Comune piceno per 29 plessi scolastici sarebbero serviti meno di 900 mila euro. In questi anni  sono stati spesi oltre 4 milioni di euro per lo stadio, con che coraggio si può sostenere che non c’erano i fondi a disposizione (sempre senza dimenticare che potevano tranquillamente essere finanziati dallo Stato)?

Stesse accuse muove il Comitato cittadino al sindaco di Teramo a cui, già a novembre,  chiedeva “che fine hanno fatto i 10 milioni di euro che erano destinati alla messa in sicurezza delle scuole? Cosa avete fatto con questi soldi dal momento in cui neppure una minima verifica sismica è stata fatta nei plessi scolastici di Teramo?”. Non basta, probabilmente Decaro non ne è a conoscenza, ma quando fa riferimento al  richiamo alle competenze dei sindaci “in materia di vulnerabilità sismica delle scuole in pieno anno scolastico” di fatto anche lui, come i suoi colleghi di Ascoli e Teramo, finisce per prendere in giro i cittadini di quei comuni. E, in particolare, i due Comitati Scuole Sicure che già ad agosto, dopo la scossa del 24, avevano cercato di sensibilizzare i due sindaci al problema, spronandoli e proponendo loro soluzioni alternative per non mettere a rischio il regolare svolgimento dell’anno scolastico.

A Decaro, Castelli e Bruzzi è opportuno ricordare che allora, prima dell’inizio del nuovo anno scolastico,  il ministro della pubblica istruzione dell’epoca Giannini aveva dichiarato la disponibilità del governo a fornire immediatamente i Musp a quei Comuni che ne avessero fatto richiesta, che ne avevano bisogno. Solo che allora era il periodo del “va tutto bene” del “non ci sono problemi”, bisognava mostrare i muscoli e ostentare sicurezza. Allora sia per Castelli che per Bruzzi le analisi di vulnerabilità sismica erano solo una “stupidaggine” portata avanti da qualche “mamma isterica”, si trinceravano dietro le famose schede aedes che, per loro, erano più che sufficienti.

Serviva all’epoca una seria assunzione di responsabilità, allora bisognava avere il coraggio di ammettere quello che poi, sotto la pressione proprio dei Comitati cittadini, sono stati costretti ad ammettere a dicembre (cioè l’assenza delle analisi di vulnerabilità sismica nelle scuole cittadine) e, quindi, assumere a settembre la posizione che ora ha assunto il sindaco di Teramo. Troppo facile “piagnucolare” adesso, fare la parte delle vittime. Facile ma inammissibile e inaccettabile da parte di chi dal 2009 fino ad agosto 2016 non ha fatto  quello che avrebbe dovuto e ora cerca di scaricare su altri le proprie gravi responsabilità.  Il problema è che ormai piangere sembra essere diventato lo sport preferito di una parte dei sindaci e degli amministratori locali in qualsiasi situazione di difficoltà.

Basterebbe pensare a quanto accaduto nella recente emergenza neve, anche in questo caso abbiamo assistito alle lamentele di molti amministratori locali, con il solito ritornello: “ci hanno tagliato i fondi, ci hanno lasciato da soli”. Però poi si scopre che ci sono Comuni italiani che in questi anni hanno continuato ad investire in mezzi e preparazione per affrontare determinate emergenze, che hanno speso tempo e denaro per programmare e per cercare di farsi trovare pronti in determinate circostanze. Ma quei Comuni, quegli enti non hanno subito anche loro i presunti tagli da parte dello Stato?

Il vero nocciolo del problema è sempre lo stesso, è una questione di priorità, ci sono enti che ritengono la sicurezza e la conseguente prevenzione delle priorità, e quindi investono fondi e tempo in questo (e poi si fanno trovare pronte e non subiscono particolari conseguenze quando l’emergenza arriva), ci sono enti che preferiscono spendere fondi in “frizzi e lazzi” e, poi, ovviamente vanno in grave difficoltà di fronte a qualsiasi emergenza. E, a quel punto, se la prendono con il mondo intero. Non solo, ci sono amministratori che spesso non si rendono conto o sottovalutano certe responsabilità, certi oneri. Poi, a danni fatti, si aggrappano a tutte le giustificazioni possibili.

Prendiamo il drammatico caso della tragedia di Rigopiano, nei giorni successivi il presidente dell’Upi (Unione delle Province) ha parlato di “tragedia vittima delle riforme”. In questo caso, anche per rispetto delle 29 vittime, sarebbe forse più opportuno attendere l’esito dell’inchiesta giudiziaria. Però non possiamo fare a meno di evidenziare come già dal sabato precedente per quella zona era stato lanciato l’allerta valanghe, addirittura a livello 4 (il massimo è 5). A chi spettava predisporre l’eventuale evacuazione in via precauzionale di quella zona? E il Comune di Farindola non era a conoscenza che quell’area dove c’era l’hotel era a rischio?

Poi, ovviamente, è giusto anche parlare degli eventuali ritardi nei soccorsi (senza dimenticare, però, il commovente impegno di tutti gli uomini che per giorni hanno lavorato in quel luogo in condizioni difficilissime), della famosa segnalazione ignorata da una funzionaria della Prefettura. Però in questo caso stiamo parlando di soccorsi che eventualmente potevano partire con un paio di ore di anticipo e che, eventualmente, avrebbero potuto salvare qualche vita in più, non certo evitare la tragedia. E, sempre in riferimento a quei giorni, non si può dimenticare l’urlo di dolore del sindaco Castelli il mercoledì mattina, dopo le prime scosse di terremoto, nelle varie reti tv.

La situazione è difficile, ci hanno lasciato da soli, dov’è l’esercito?” inveiva in tv il primo cittadino invocando mezzi e uomini per affrontare la situazione provocata dalla neve in città (soprattutto nelle frazioni). Peccato, però, che quell’emergenza era stata ampiamente annunciata la settimana precedente dai bollettini e dagli allerta meteo della Protezione Civile. Tanto che la maggior parte dei Comuni marchigiani già dalla domenica pomeriggio era pronta ad affrontare l’emergenza, con i Centri Operativi Comunali  (la struttura comunale per le emergenze)  che già dalla stesse domenica pomeriggio erano stati attivati a Macerata e a Fermo. E quest’ultimo Comune, vista la situazione, nelle ore successive aveva immediatamente chiesto l’intervento a supporto dell’esercito. Che, quel mercoledì mattina, mentre Castelli “piangeva” e faceva la vittima in tv, era già all’opera nella zona del Fermano. Le solite “lacrime di coccodrillo” quelle del sindaco che per giorni non solo aveva ignorato l’allerta della protezione civile, ma aveva anche sbeffeggiato su facebook chi si preoccupava.

Eppure in quelle ore, già lunedì e ancor più martedì, diversi cittadini segnalavano, sempre su facebook, al sindaco e agli altri amministratori la situazione già molto difficile di numerose frazioni. Nulla da fare, fino all’arrivo delle prime scosse del terremoto per il sindaco ad Ascoli non esisteva alcuna emergenza. Come dimostra il fatto che solo dopo quelle 3 scosse terremoto (“preso atto che nella mattinata di oggi si sono ripetute tre forti scosse di terremoto percepite chiaramente dalla popolazione residente” è scritto nel decreto), con decreto sindacale n. 2, finalmente si decideva ad attivare (con ben 4 giorni di ritardo rispetto ai suoi colleghi) il Centro Operativo Comunale. Attenzione, la tempistica è fondamentale per capire di cosa stiamo parlando.

Prima ancora di attivarsi ufficialmente per gestire l’emergenza (il decreto sindacale), prima ancora di utilizzare i mezzi istituzionali a disposizione di ogni Comune per fronteggiare la situazione, il sindaco si è preoccupato di andare in tv a piangere e a lamentare il mancato supporto da parte dello Stato che, però, ufficialmente lui ancora non aveva neppure chiesto. Che dire, non si può non rimanere “basiti” di fronte ad un simile comportamento, così come non si può non provare un pizzico di invidia nei confronti di chi ha la fortuna di avere un sindaco che piange poco e agisce con tempestività. “Mi sono subito reso conto della situazione d’altra parte ampiamente annunciata dalla Protezione civile. Allora mi sono subito attivato e ho immediatamente chiesto le turbine.  Che sono arrivate subito ad Amatrice e ci hanno permesso di avere strade transitabili” ha raccontato nei giorni successivi l’emergenza il sindaco di Amatrice Pirozzi ad un giornalista per spiegare come mai il suo territorio non aveva subito particolari gravi disagi, nonostante una situazione oggettivamente molto più complessa di tanti altri comuni.

Probabilmente, però, il primo cittadino laziale, ben cosciente della difficoltà della situazione da affrontare, non aveva il tempo per andare a piangere e a vestire i panni della vittima in tv…

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