Invasione di campo


A Torino un allenatore dei Giovanissimi si dimette per le continue ingerenze dei genitori, a Treviso il tribunale toglie la patria potestà e condanna un padre che imponeva al figli allenamenti durissimi e lo obbliga ad assumere integratori di vario tipo. Sempre più complesso il rapporto tra genitori e sport, 10 utili consigli su come comportarsi

La squadra migliore da allenare è quella di orfani”. L’affermazione provocatoria di Paolino Pulici, ex goleador del Torino e oggi tecnico giovanile della formazione lombarda Tritium, pone l’accento su quello che è il rapporto sempre più difficile tra allenatori e genitori nel mondo dello sport giovanile. Una realtà che sempre più spesso ci racconta di genitori a bordo campo invadenti, a volte maleducati ed eccessivi, che si comportano da veri ultras sugli spalti e che pretendono di sostituirsi all’allenatore per dare maggiore spazio o, addirittura, scegliere anche il miglior ruolo per il proprio figlio.

A chiunque ha assistito negli ultimi tempi a qualche competizione sportiva giovanile di qualsiasi disciplina sarà capitato di vedere mamme e papà amorevoli, solitamente perbene, che si trasformano, abbarbicati alle reti di un campetto di calcio o nervosamente seduti sulle tribune di un palazzetto, in fanatici urlatori che insultano tutto e tutti, compresi i propri figli se le loro prestazioni non corrispondono alle loro aspettative. Così lo sport che per i giovani dovrebbe essere anche agonismo ma, soprattutto, passione, socializzazione, divertimento, scuola di vita, diviene spesso solo fonte di ansie, paure, tensioni, da un lato per il timore di non soddisfare le ambizioni dei propri genitori, dall’altro per la difficoltà di definire beni i ruoli e le competenze tra allenatore e genitori.

Il problema, molto diffuso, è duplice e riguarda da un lato il rapporto con il figlio che pratica sport da parte dei genitori che troppo spesso riversano su di lui le proprie frustrazioni e insoddisfazioni e che tramite lui vivono un prolungamento della propria personalità, in termini di aspirazioni realizzate attraverso la loro riuscita. Dall’altro, però, c’è anche il rapporto dei genitori con l’allenatore del figlio che sempre più spesso rischia di sfociare in una vera e propria invasione di campo. Emblematiche a tal proposito due storie dei giorni scorsi.

La prima arriva da Torino e ci racconta la decisione forte presa da Andrea Cornelli, tecnico dei Giovanissimi (2002) dell’Atletico Torino che si è dimesso per le continue discussioni con i genitori dei ragazzi. La sua squadra era fresca vincitrice del Superoscar di categoria e seconda in campionato ma lui non ne poteva più delle continue intromissioni dei genitori.  “Non mi sentivo più libero di fare le mie scelte, è venuta meno la serenità. Ci sono state accese discussioni perché alcuni genitori pretendevano in maniera brusca che il loro figlio giocasse sempre e si intromettevano anche sul ruolo: un padre deve spronare il ragazzo a dare il meglio, non lamentarsi delegittimando l’allenatore. Il rispetto e l’educazione vengono prima di tutto: ho voluto dare un segnale forte perché questa non è una situazione circoscritta ma assai diffusa. Non ho alcun problema con la società ma con gli eccessi ormai fuori controllo di alcuni papà”.

Il problema è che la vicenda di Torino non è certo un’eccezione, anzi, viene quasi da dire che è diventata la regola. “Fino a qualche decennio fa quasi non conoscevamo i genitori – ci racconta l’allenatore di una squadra giovanile di basket – oggi ci sono quelli intelligenti che rispettano i ruoli ma, purtroppo, ce ne sono tanti che vanno decisamente fuori dal seminato con pretese gestionali, che vogliono intromettersi nel lavoro dei tecnici” A San Benedetto all’ingresso di una palestra e di un campo di calcio  è stato affisso un cartello: “Cari genitori, ricordate che l’allenatore ha il compito di allenare, l’arbitro di arbitrare, il bambino di giocare. Il vostro campito è quello di incitare la squadra, quindi non pensate ai consigli tecnici. Divertitevi anche voi”.

Sembrerebbe scontato ma non lo è, non c’è differenza di sport, che sia un campo di calcio o di atletica, una palestra di basket, pallavolo, ginnastica, la presenza dei genitori ormai da diversi anni non passa certo inosservata. Al punto che già nel 2006 un allenatore inglese di calcio giovanile, sposato con una donna italiana e da anni nel nostro paese, aveva descritto il modo con cui certi genitori interferiscono con il lavoro dell’allenatore ricorrendo ad una classificazione (la classificazione Mc Donald).

Ci sono i genitori “critici” che non sono mai soddisfatti delle prestazioni del loro bambino e che lo riprendono pubblicamente senza neppure preoccuparsi di ciò che pensa l’allenatore. Ci sono, poi, i genitori “urlatori” che gridano dalle tribune e che con il loro modo di fare finiscono per umiliare i giocatori ed i loro avversari ma anche gli arbitri e l’allenatore. Esistono, poi, i genitori “allenatori” che pensano di essere in panchina e di poter gestire la squadra dando suggerimenti ed indicazioni tecniche ai giocatori, spesso in contrasto con le istruzioni dell’allenatore, che finiscono così di seminare confusione nella squadra.

Non potevano, poi, mancare i genitori “invadenti” che tampinano l’allenatore chiedendo più spazio per il proprio figlio ma anche disquisendo sul ruolo che deve avere in campo. Infine ci sono i genitori “superprotettivi” pronti sempre a giustificare con l’allenatore qualsiasi prestazione e qualsiasi comportamento dei proprio figlio. Al di là delle classificazioni c’è alla base di tutto ciò innanzitutto un mancato rispetto dei ruoli (o forse una scarsa considerazione dei ruoli), che in realtà si riscontra non solo nello sport ma anche in ambito scolastico. Ma c’è anche il desiderio morboso di vedere sempre e comunque eccellere i propri figli e il non volersi rassegnare magari di fronte ad una realtà differente.

E questo è anche quello che è alla base della seconda storia dei giorni scorsi, che arriva da Treviso. Dove una giovanissima promessa del nuoto era costretto a subire continue pressioni psicologiche e allenamenti particolarmente intensi dal padre. Che, inoltre, gli imponeva di assumere grandi quantità di integratori proteici, creatina, aminoacidi ramificati al fine di migliorarne le prestazioni. Grandi complimenti e premi quando vinceva ma parole dure e maltrattamenti, anche di fronte ad altri compagni, quando perdeva. Un padre aguzzino che, alla fine, è stato denunciato da amici e parenti, con il tribunale che gli ha tolto la patria potestà, condannandolo anche a 2 anni di reclusione.

Sicuramente un caso limite ma sono sempre di più  padri e madri che riversano sui propri figli le proprie frustrazioni, i propri sogni e ambizioni infrante e che attraverso il figlio sperano di vivere un prolungamento della loro personalità. Così se il ragazzo manifesta una qualche qualità nello sport ecco che subito pretendono che diventi un campione. Genitori che non si rendono conto che fare sport a quell’età dovrebbe essere visto e vissuto in altra maniera, in modo sereno e tranquillo, rendendo l’agonismo un oggetto interessante e piacevole ma non certo l’unico o il più importante motivo.

Il problema è che, detto delle grandi responsabilità che hanno i genitori, tutto il mondo dello sport giovanile è sempre più orientato e proiettato verso il più esasperato agonismo, sin dalla tenera età, con il successo che diventa l’unico obiettivo che conta. Al punto che si passa sopra a tutto e tutti pur di ottenerlo. Come ha fatto, ad esempio, l’allenatore di una squadra locale di esordienti che, pur di ottenere una vittoria importante per il proprio campionato, è riuscito ad ottenere la vittoria a tavolino, rifiutandosi di giocare su un campo in condizioni non perfette ma nel quale avevano giocato tutte le altre squadre.

O come nel caso di un allenatore di un squadra giovanile di pallavolo femminile che, per evitare di incontrare una delle squadre ritenute più forti del campionato, ha preferito giocare “a perdere”, mandando in campo le seconde e le terze linee e ottenendo così, per una serie di particolari situazioni, di incontrare nella fase successiva una squadra meno forte. Ma basterebbe frequentare i tornei di calcio, mini basket, mini volley per rendersi conto di cosa si è disposti a fare pur di ottenere un risultato.

Questo naturalmente non giustifica certi eccessi e certi comportamenti dei genitori, ma è indiscutibile che dal mondo dello sport giovanile non arriva certo quel buono esempio di cui avrebbero così terribilmente bisogno i ragazzi e loro genitori. Per i quali, di seguito, pubblichiamo un decalogo sui comportamenti e atteggiamenti, seguendo le linee guida di psicologia sportiva, per rendere il più possibile migliore l’attività sportiva del proprio figlio.

  1. I genitori, conoscendo a fondo le qualità, i limiti, i desideri e i bisogni, del proprio figlio devono stimolare e incoraggiare la pratica sportiva, lasciando che le scelte e i ritmi dell’attività siano condivisi dai figli stessi.
  2. I genitori stimano il figlio nonostante gli errori e i limiti, cercando di non sottolineare più del dovuto una gara mal riuscita ed evitando nel modo più assoluto rimproveri, perché producono solo ansia da prestazione.
  3. I genitori devono incitare i figli a migliorare, facendo capire che l’impegno negli allenamenti sarà una futura fonte di soddisfazioni.
  4. I genitori devono aiutare i figli a stabilire tappe e obiettivi realistici e adeguati alle loro reali possibilità.
  5. I genitori devono fare capire che saper perdere è difficile, ma che nel contempo è più importante che saper vincere, perché nello sport, così come nella vita, il più delle volte non si vince. L’importante dopo una caduta è rialzarsi.
  6. I genitori devono tener conto che l’attività sportiva è svolta da bambini e che i compagni e gli avversari dei propri figli sono anche loro bambini da rispettare e, come tali non si devono offendere con paragoni o giudizi di qualsiasi genere.
  7. I genitori devono trasmettere i concetti di rispetto delle regole, dei compagni e degli impegni, collaborando al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dagli istruttori e dalla società.
  8. I genitori devono stimolare la crescita del proprio figlio, favorendo la crescita della sua indipendenza ed evitando di essere onnipresenti in tutte le situazioni.
  9. I genitori non devono interferire nelle scelte tecniche e nelle decisioni degli istruttori. Devono imparare e insegnare a rispettare il ruolo dei tecnici e a collaborare con loro, evitando di esprimere rimostranze o critiche.
  10. I genitori devono rispettare giudici e arbitri che devono essere insindacabili, anche se a volte possono sbagliare
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