Dagli al giornalista!


I fatti di Palermo confermano come nel nostro paese tutti sono pronti a difendere la libertà di espressione ma fino a quando critiche e inchieste giornalistiche colpiscono gli altri. E la classifica sulla libertà di stampa, che ci vede al 77° posto, dimostra quanto sia difficile in Italia fare il giornalista, tra minacce, denunce e il continuo aumento di cause e querele ingiustificate

Da “disapprovo ciò che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo” a “disapprovo ciò che dici e farò di tutto per non fartelo dire più”. La nota frase attribuita a Voltaire, ma in realtà dello scrittore Stephen Tallentyre (che agli inizi del ‘900 scrisse una biografia del filosofo francese), da tempo non va più di moda in Italia.

Dove, a parole, tutti si dichiarano paladini della libertà di espressione, sono pronti a scendere in piazza e protestare contro ogni minima limitazione che assomigli a qualcosa di simile a censura o bavaglio. Dove ogni minima polemica nei confronti della stampa, da parte di qualche politico della parte avversa, scatena guerre di religione e proclami da irriducibili partigiani della libertà di critica. Dove addirittura si urla alla censura e si invoca la libertà di pensiero anche di fronte a qualsiasi norma che provi ad arginare le molestie via internet e il cyber bullismo.

Ovviamente, però, tutto vale quando a finire nel mirino dei media sono gli avversari politici. Perché, poi, quando tocca a noi, quando i mezzi di informazione riservano a noi lo stesso trattamento riservato ai nostri avversari ecco che, d’incanto, ci comportiamo allo stesso identico modo di quelli che avevamo criticato e così violentemente stigmatizzato, utilizzando tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per bloccare, minacciare, intimidire chi ci sta, più o meno giustamente, criticando.

E’ la storia di sempre, nulla di nuovo, che oggi si ripropone con imbarazzante evidenza con quanto accaduto domenica a Palermo, nel corso di “Italia a 5 Stelle”, il raduno organizzato dal Movimento 5 Stelle. I fatti più gravi sono accaduti all’arrivo del sindaco di Roma Virginia Raggi (domenica pomeriggio), ma il clima nei confronti dei giornalisti presenti è stato da subito molto pesante, come ha riferito un giovane inviato palermitano di “Repubblica” a “L’aria che tira” di lunedì 26 settembre.

Andare in giro per il Foro Italico con il pass stampa appeso – racconta – era un po’ come esporsi al tiro al bersaglio, tra insulti, sputi, offese di ogni tipo e inviti ad andarcene. Naturalmente c’era anche chi cercava di difenderci, però il clima era davvero difficile”.

Come detto il culmine (o forse sarebbe meglio dire il punto più basso) è stato toccato all’arrivo della Raggi, con inevitabilmente (capita a tutti i leader e a i personaggi politici di particolare interesse e, il primo cittadino romano, comunque la si voglia considerare, in questo momento è uno dei politici più noti e più al centro dei dibattiti) giornalisti di tutte le testate e video operatori di diverse emittenti che cercavano di farsi strada tra il cordone di agenti della Digos e guardie del corpo che la circondavano, per strappare qualche dichiarazione.

E’ in questa circostanza che giornalisti e video operatori sono stati circondati da decine di attivisti a 5 Stelle che prima hanno iniziato ad insultarli (“Venduti”, “Mafiosi”, “Buffoni”, “Corrotti” e tutto il campionario delle peggiori forme di intolleranza) , poi hanno chiesto agli altri attivisti di attivarsi per cacciarli, per poi passare a spintoni, strattonamenti e minacce. Sono volati anche schiaffi e calci nei confronti di qualche giornalista e qualche video operatore.

Per “carità di patria” sorvoliamo e non ci soffermiamo sull’atteggiamento da “bambina viziata” avuto in questa circostanza dal primo cittadino romano (ci sono video eloquenti  e inconfutabili che testimoniano gli schiaffi e i calci ai rappresentanti dei media e il comportamento della Raggi), non è certo questo il punto.

Quello che è importante sottolineare è che, come sempre accade, tutto nasce semplicemente dal fatto che l’informazione ha osato prendere di mira (sicuramente pesantemente e con insistenza) qualcuno della propria parte politica, un importante esponente del Movimento (la Raggi stessa).

Sarebbe sin troppo facile evidenziare che, d’altra parte, c’erano validissime ragioni per concentrare la costante attenzione dei media su di lei, ma non conta. Il discorso è il solito, non si accetta che un proprio esponente subisca il trattamento che, invece, si invoca per gli avversari, che si enfatizza e si applaude quando è riservato al “nemico”.

Come non ricordare, ad esempio, le incessanti e furibonde campagne stampa (pienamente giustificate…) e in rete contro Marino quando era il sindaco di Roma? Come dimenticare le foto e i pseudo scoop su dove era Marino (anche nel periodo di vacanze estive) quando nella capitale accadevano determinati eventi? Allora quelle notizie venivano diffuse e fatte rimbalzare sui social, proprio da chi oggi lamenta l’accanimento contro il sindaco capitalino, con commenti al vetriolo e offese di ogni tipo rivolte all’allora primo cittadino. Con Marino era giusto e (almeno fino a quando non ha deciso di ritirare l’appoggio) le proteste da parte del Pd e della maggioranza che appoggiava il sindaco venivano bollate come inaccettabili tentativi di censura.

Ora che a subire la stessa gogna mediatica è la Raggi, ecco che tutto cambia e si grida al “feticismo” e a tutto il corollario di stupidaggini che di solito si usano in queste situazioni. E’ giusto sottolineare che non è certo un problema e non c’è l’intenzione di mettere sotto accusa il Movimento 5 Stelle, sono anzi da apprezzare e da plaudire gli interventi e l’immediata stigmatizzazione dei fatti da parte del gruppo del M5S all’Assemblea regionale siciliana prima, poi anche dei gruppi parlamentari del Movimento.

Un po’ meno l’intervento, successivo a quei fatti, di Grillo e quello farneticante di Assange, con la sua provocazione idiota (“ogni giornalista è responsabile di almeno 10 morti”). E’ inutile girarci intorno, la libertà di stampa ci piace quando non siamo coinvolti direttamente in critiche e polemiche, in caso contrario la reazione è sempre la stessa. E se i fatti di Palermo sono solamente l’ultimo esempio, di casi simili ne è piena la storia recente italiana.

Basti pensare a Santoro, paladino della sinistra fino a quando prendeva di mira Berlusconi e il centrodestra, poi improvvisamente divenuto il nemico per una larga parte del centrosinistra, quando ha iniziato a pungere e a incalzare anche i loro esponenti, e infine divenuto inviso pure a Grillo, che pure deve proprio a Santoro il suo sdoganamento (con la trasmissione di ore e ore di comizi su La7), dopo che aveva osato ospitare nel suo programma un lavoratore della Lucchini che non aveva fatto alcuna distinzione tra tutti i politici e i partiti politici, Movimento 5 Stelle compreso.

Il giochetto e il ragionamento è sempre lo stesso, i giornalisti e i media che ci attaccano lo fanno perché sono venduti, perché sono servi del potere o di una determinata parte politica. E se questo atteggiamento da un lato cerca di delegittimare qualsiasi genere di critica (perché di parte e proveniente da chi è “pagato” dall’altra parte politica), dall’altro, però, rischia di generare quel sentimento quasi di odio nei confronti di una parte dei media che può sfociare in situazioni inaccettabili.

Lo fa il Movimento 5 Stelle nei confronti di quei media (Repubblica, Messaggero, Stampa) che hanno posizioni dure e critiche nei confronti del Movimento. Lo fanno il governo e il Pd nei confronti di media come La7 e il Fatto Quotidiano, che vengono additati come “fiancheggiatori” del Movimento  5 Stelle (per non parlare, ovviamente, di giornali e tv vicine a Berlusconi). E quanto accaduto a Palermo non è, perciò, nulla di nuovo.

Era accaduto qualcosa di simile pochi giorni prima a Pontida, al raduno della Lega, dove anche Gad Lerner era finito nel mirino delle feroci contestazioni dei leghisti. Sono accaduti in altre forme, forse meno violente ma non per questo meno offensive e irrispettose, anche con diversi esponenti del Pd e del governo. Come non ricordare, ad esempio, i comportamenti di D’Alema nei confronti dei giornalisti del Fatto Quotidiano, quel ripetuto ricorrere all’epiteto di “fascista”.

E come dimenticare l’imbarazzante comportamento del ministro Marianna Madia quando, alla Leopolda, portò per lungo tempo a spasso i giornalisti, per poi sbeffeggiarli e rifiutare di rispondere a qualsiasi domanda con giustificazioni da ragazzina viziata. Questo, naturalmente, non vuol dire che non si possa criticare i giornalisti e gli organi di informazione, anzi.

Come evidenziato nell’articolo “La lunga notte dell’informazione italiana”, la nostra informazione in effetti non sta certo attraversando la sua fase migliore, sempre più spesso si lascia trascinare in questo clima di esasperata contrapposizione tra le parti, nel quale bisogna schierarsi da una parte o dall’altra aprioristicamente, dimenticando troppo spesso di assolvere a quella che è la sua funzione principale, cioè raccontare i fatti. Per questo ben vengano le critiche, anche feroci, nei confronti di giornali e giornalisti.

Però ci sono dei limiti che non si possono trascendere, innanzitutto perché, nonostante la categoria non è certo tra le più ben viste in Italia, la funzione del giornalismo e dei giornalisti in un sistema democratico è fondamentale.  Ma soprattutto perché chi ha comportamenti come quelli che si sono visti a Palermo, poi spesso giustifica il tutto ricordando la famosa classifica sulla libertà di stampa che vede l’Italia agli ultimi posti. E questa sarebbe la dimostrazione che tutti gli insulti rivolti ai giornalisti stessi sono in qualche modo giustificati.

Però, come spesso accade in Italia, anche in questo caso le cose sono completamente diverse da quello che si vuole far credere e quella classifica dice l’esatto contrario, cioè che i giornalisti italiani sono vittime di questo sistema che ci colloca così in basso e non certo responsabili di quel risultato. Stiamo parlando, per capirci, della classifica di “Reporter senza frontiere” sulla libertà di stampa che pone il nostro paese al 77° posto nel 2016 (4 posizioni più indietro rispetto all’anno precedente), fanalino di coda dell’Ue seguiti soltanto da Cipro, Grecia e Bulgaria.

Bisogna, infatti, innanzitutto considerare che è il caso di prendere questo genere di classifica con le dovute cautele, considerando che davanti all’Italia ci sono paesi come il Burkina Faso, dove si succedono colpi di stato e si allunga la lunga ombra di Al Qaida, e El Salvador, il paese con il più alto tasso al mondo di omicidi e dominato da potentissime organizzazioni criminali. E pensare che in quei paesi ci sia maggiore libertà di stampa rispetto all’Italia è francamente difficile.

Per comprendere come ciò sia possibile occorre guardare alla metodologi utilizzata da RSF per stilare una classifica che si base su criteri qualitativi e quantitativi. I primi riguardano alcuni aspetti come legislatura, trasparenza, infrastrutture, pluralismo, autocensura, contesto e vengono valutati (con punteggi da 1 a 10) attraverso questionari che vengono distribuiti a gruppi e associazioni su cui, però, RSF mantiene la massima privacy. Quello che è importante capire è che questa prima parte si basa su opinione soggettive e, non a caso, il metodo da sempre è stato molto criticato.

Il secondo requisito, quello quantitativo, viene elaborato sulla base di alcuni dati come il numero di giornalisti uccisi, minacciati, denunciati, arrestati, licenziati, ecc. Ed è chiaro che un simile sistema di valutazione, basato in parte su criteri altamente soggettivi, rischia di portare a risultati bizzarri, poco attinenti alla realtà. Ma per quanto riguarda l’Italia, incongruenze a parte, è importante sottolineare come la stessa organizzazione che redige la classifica, ha sottolineato come pesino in maniera considerevole le minacce e le intimidazioni continue che subiscono i giornalisti italiani, il fatto che tra i 30 e i 50 siano costretti a stare sotto protezione.

Ma influiscono sul risultato negativo anche i troppi procedimenti giudiziari, l’aumento vertiginosi delle cause per diffamazione considerate ingiustificate, con la conseguenza di un grande incremento anche di attacchi alle proprietà dei giornalisti stessi. E la conferma di tutto ciò arriva anche di numeri della ricerca di “Ossigeno per l’informazione” intitolata “L’antitesi mafia informazione” che fornisce dati a dir poco allarmanti.

Nel nostro paese sono 2800 giornalisti che sono stati minacciati, 25 vivono sotto scorta perché rischiano la vita, senza dimenticare i 28 giornalisti italiani che negli ultimi decenni sono stati uccisi per i loro articoli e le loro inchieste ritenute scomode. Di seguito riportiamo  i loro nomi (con tra parentesi il luogo dove sono stati uccisi) per ricordare il sacrificio estremo di chi concretamente ha difeso, e pagato a caro prezzo, il bene supremo della libertà di stampa, di espressione. Che va tutelato anche e soprattutto quando le sue conseguenze ci colpiscono direttamente.

Cosimo Di Cristina (Termini Imerese), Mauro De Mauro (Palermo), Giovanni Spampinato (Ragusa), Giuseppe Impastato (Cinisi), Mario Francese (Palermo), Giuseppe Fava (Catania), Mauro Rostagno (Trapani), Giuseppe Alfano (Messina), Giancarlo Siani (Napoli), Carlo Casalegno (Torino), Walter Tobagi (Milano)Italo Toni e Graziella De Palo (Libano), Almerigo Grilz (Mozambico), Guido Puletti (Bosnia), Marco Luchetta (Mostar)*, Ilaria Alpi (Mogadiscio)*. Gabriel Gruener (Bradza), Antonio Russo (Tiblisi), Maria Grazia Cutuli (Afghanistan), Enzo Baldoni  (Iraq), Vittorio Arrigoni (Gaza), Andrea Rocchelli (Ucraina), Simone Camilli (Gaza)

*insieme agli operatori Rai Alessandro Ota e Dario D’Angelo (Luchetta), Mila Hrovatin (Alpi)

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