I danesi lo fanno meglio degli italiani


Mentre in Danimarca gli spot osè della campagna sulla natalità hanno prodotto risultati clamorosi, in Italia la seconda fase dell’iniziativa sul “Fertility day”  provoca nuove nuove polemiche per una cartolina definita razzista “razzista”. Ideata da un avvocato messo a capo della direzione generale della comunicazione

Da un lato c’è una campagna informativa ideata e gestita da un avvocato che, dopo 11 anni  di incarichi sanitario-amministrativo-formativo, non si capisce bene per quale motivo è stato messo a capo della direzione generale della comunicazione (con il “modico” stipendio di 236 mila euro all’anno), pur non essendo giornalista e non avendo precedenti esperienze nel settore. Dall’altra una campagna informativa sullo stesso argomento, ideata e gestita da un network di agenzie turistiche Spiel travel, coadiuvate da alcune agenzie pubblicitarie. C’è bisogno di chiedersi come sono finite le due vicende? Da un lato un flop epocale e polemiche a non finire, dall’altro apprezzamenti unanimi, un successo clamoroso e una campagna che ha prodotto risultati ben oltre ogni più rosea aspettativa.

Naturalmente stiamo parlando del “Fertility day” dopo che nei giorni scorsi è andata in scena la seconda imbarazzante e poco edificante puntata della sempre più improponibile campagna ideata dal ministero per sensibilizzare sul tema della fertilità e sul rischio di denatalità. Un’iniziativa che, mettendo un attimo da parte la terrificante campagna informativa che ne è scaturita, in linea di principio ha una sua validità ed ha delle motivazioni concrete alla base. Quello della scarsa natalità è, infatti, un problema che riguarda tutto l’occidente e,  non a caso, campagne e iniziative in tal senso sono state promosse in tantissimi altri paesi.

E in Italia la situazione è addirittura peggiore, visto che le donne italiane hanno in media 1,35 figli a testa (la media più bassa in Europa). Inoltre nel 2015 si sono registrate nel nostro paese 488 mila nascite, circa 15 mila in meno rispetto all’anno prima. E, se si considerano gli ultimi 4 anni, la diminuzione complessiva delle nascite supera quota 50 mila. Un problema che può avere diverse conseguenze (ad esempio i pochi nascituri, una volta cresciuti, saranno destinati a pagare i costi dei tanti che invecchiano) ma che, soprattutto, ha una duplice motivazione, una di tipo sociologico-sanitaria, l’altra puramente economica.

Ed è chiaro che la cosa migliore sarebbe affrontarlo da entrambi gli aspetti, con una campagna informativa seria per il primo aspetto e con interventi economici e sociali per il secondo aspetto. Qualche paese in Europa si è limitato a preoccuparsi dell’aspetto economico, la Polonia ad esempio propone aiuti economici, circa 110 euro al mese, per tutti i figli, dal secondo in poi, fino ai 18 anni.

La Francia, invece, da anni ha approcciato il problema da un punto di vista economico e sociale. Ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti, visto che il paese transalpino è il più prolifico d’Europa, con 2,1 figli per mamma. Gli aiuti economici previsti per le famiglie risvegliano e tengono viva la voglia di concepire: a bimbi e genitori è destinato il 3,5% del Pil e gli aiuti crescono con l’arrivo di nuovi figli. Se i bambini da mantenere sono due, si arriva a più di 6 mila euro. Entrambi i neogenitori, inoltre, hanno diritto a sei mesi di congedo parentale.

La maggior parte dei paesi, però, ha fatto come l’Italia, mettendo in campo campagne promozionali ed iniziative fertility-gbvarie. Così, ad esempio, hanno fatto Stati Uniti, Australia, Germania, Belgio, Danimarca, Corea del Sud e anche la Gran Bretagna, la cui campagna “Get Britain Fertile” nel 2013 provocò non poche polemiche per l’immagine utilizzata per lanciare la campagna stessa (foto a destra), quella di una nota conduttrice 47enne invecchiata e con pancione (eppure 3 anni dopo siamo stati capaci di copiare quella campagna considerata così sballata, con l’immagine della clessidra e lo slogan “la bellezza non ha età, la fertilità si” tra le contestatissime cartoline della prima parte della campagna stessa).

Non sono mancate neppure iniziative singolari, la Corea del Sud, ad esempio, organizza i “mercoledì dell’amore”, con tutti i lavoratori che vanno a casa prima del solito per, almeno nelle intenzioni dell’iniziativa, cercare di concepire. La Russia, invece, ha stabilito che il 12 settembre è il giorno dedicato al concepimento e, in alcune regioni, quel giorno si può non andare a lavoro per dedicarsi al sesso. E per le coppie che hanno un figlio esattamente un anno dopo, c’è in palio un premio.

In Italia, invece, è stato indetto il Fertility Day, che si è disputato ieri giovedì 22 settembre, una giornata lanciata da due campagne imbarazzanti che hanno suscitato polemiche e ironia diffusa sui social. Al punto che ieri, invece di parlare di prevenzione e sensibilizzazione sulla salute riproduttiva e generale di donne e uomini, del pericolo denatalità nel nostro paese, del rischio di malattie che impediscono di diventare genitori, del possibile aiuto della medicina per le donne e per gli uomini che non riescono ad avere figli. l’attenzione si è concentrata esclusivamente su quelle cartoline e sulle due campagne, la prima tacciata di sessismo, la seconda di razzismo.

Ci eravamo illusi di aver visto il peggio, dopo aver “ammirato” le prime cartoline che lanciavano messaggi disarmanti: quella con la donna che ha in mano la clessidra e lo slogan “La bellezza non ha età, la fertilità si”, quella con l’immagine dell’acqua e lo slogan “La fertilità è un bene comune”, la cartolina con due persone sotto le coperte e lo slogan, vagamente canzonatorio, “Genitori giovani. Il modo migliore per essere creativi” e quella con l’immagine di due scarpine infiocchettate con un nastro tricolore e lo slogan “La Costituzione tutela la procreazione cosciente e responsabile”.

Invece ecco spuntare la seconda impresentabile campagna, con una cartolina che divide le buone abitudine, rappresentate da giovani bianchi sorridenti, dalle cattive abitudini, rappresentante da persone di colore, con i capelli lunghi che fumano erba. E, di nuovo, subito la reazione ironica e stizzita della rete e le nuove violente polemiche, con la campagna e il ministro accusati di razzismo.

Sinceramente non sappiamo se davvero si possa parlare di razzismo, le notizie poi trapelate in serata (sembra che al ministro Lorenzin fosse stato mostrato un documento cartaceo differente rispetto a quello poi diffuso) qualche sospetto in più l’alimentano. Quello che, però, è certo è che si tratta di totale e assoluta incapacità, anche senza persone di colore nella parte “delle cattive abitudine” quel messaggio, così come quelli delle orribili cartoline precedenti, sarebbe risultato completamente inutile ed inefficace. D’altra parte c’è poco da stupirsi, se si mette a capo della direzione generale della comunicazione un avvocato, assolutamente digiuno della materia, cos’altro ci si può aspettare?

Tra l’altro non è certo la prima volta che gli addetti ministeriali del settore hanno evidenti difficoltà con la comunicazione (come non ricordare la terrificante campagna anti Aids negli anni ’90) e, bisogna ammettere, che parlare di un tema così complesso come la fertilità non è certo semplice. Al punto che è lecito chiedersi se esiste un modo efficace per promuovere una simile campagna.

La risposta arriva dalla Danimarca dove la campagna sulla natalità, ideata e realizzata da un network di agenzie viaggi in collaborazione con alcune agenzie pubblicitarie, ha ottenuto risultati clamorosi, con un incremento di nascite (dal 2014 al 2015) di oltre 1500 bambini. La campagna era composta da due spot, “Do it for mom” (fallo per la mamma) e “Do it for Denmark” (fallo per la Danimarca), mandati in onda nei network danesi, decisamente ammiccanti e con non celati riferimenti sessuali. Entrambi gli spot partono parlando brevemente del problema e mostrando rapidamente alcuni dati.

Nel primo caso protagoniste sono le future nonne che di questo passo rischiano di essere in via di estinzione. Il video prosegue  mostrando una serie di situazioni che possono stimolare il desiderio di fare sesso sia dalla parte do-it-for-mommaschile che da quella femminile: c’è un ragazzo sul lettino a bordo piscina che guarda con interesse una bionda “esplosiva” che esce dall’acqua (foto a sinistra), c’è una ragazza che osserva un “fusto” sotto la doccia e tante altre situazioni simili. Infine  entrano in scena le mamme, con una che aiuta il figlio imbranato a slacciare il reggiseno della compagna e un’altra che spedisce il figlio onanista su un volo per un resort favoloso dove incontra la sua anima gemella. Il video si chiude con lo slogan “Se non volete farlo per il vostro paese, fatelo per la mamma”.

L’altro spot, invece, si apre con una frase ad effetto “può il sesso salvare la Danimarca?” e prosegue proponendo una vacanza in Danimarca ad una coppia durante la quale si susseguono le situazioni che possono stimolare la sessualità e rinsaldare il rapporto della coppia stessa: dallo shopping, durante il quale la ragazza si mostra con sensualità al compagno in lingerie, alla cena a lume di candela mangiando in maniera provocante ostriche , senza dimenticare un tocco di romanticismo, con il lucchetto messo su un ponte. Finale scontato ed inevitabile, con i due che si fiondano nella camera d’albergo per fare sesso e l’immagine conclusiva di un bambino piccolo, nato ovviamente in seguito a quel rapporto.

Superfluo sottolineare il taglio e lo stile decisamente diverso, e allo stesso tempo l’impatto differente che ha avuto, di questa campagna rispetto a quella proposta in Italia. Ma, bando alle ipocrisie, c’è davvero qualcuno che può seriamente pensare che una simile campagna possa essere  proposta in Italia?

Ci sembra già di sentirli e di leggerli i commenti al vetriolo contro il rigurgito di fascio populismo del ministro Lorenzin per aver proposto lo slogan “Fallo per l’Italia”, per non parlare di cosa potrebbe accadere se venisse proposto sulle tv italiane uno spot con una mamma che aiuta il figlio a spogliare la compagna o, peggio ancora, nel quale  si vede saltare, dopo aver mostrato una coppia che si chiude in camera per fare sesso, il tappo di una bottiglia di champagne . Non bisogna certo essere dei veggenti per immaginare la rivolta di tutte le associazioni cattoliche e a tutela della famiglia, vediamo già le schiere di psicologi, sociologi, pedagoghi che ci spiegano come in questo modo si sminuisce un atto così sacro e importante come quello della procreazione.

Oggi, di fronte allo scempio dell’impresentabile campagna proposta dal ministero, è facile per giornali e media fare il paragone e citare l’esempio della Danimarca. Ma c’è da essere certi che una larga parte di essi, se davvero spot del genere venissero trasmessi sulle tv italiane, sprecherebbero fiumi di inchiostro per gridare al sacrilegio, all’inopportunità di banalizzare un argomento del genere.

In poche parole, forse sarebbe meglio nel nostro paese lasciar perdere campagne così complicate  e, se possibile, dedicarsi esclusivamente a quegli interventi socio-economici che potrebbero aiutare e invogliare a mettere al mondo figli

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