Encefalogramma quasi piatto per l’informazione locale


Redazioni che chiudono, giornalisti costretti a lavorare in condizioni sempre peggiori, un’informazione sempre più piatta e omologata, attenta a non scontentare nessuno e a “non disturbare il conducente”: viaggio nella crisi dell’informazione marchigiana. Con un occhio particolare al caso Ascoli

Se l’informazione italiana vive un lungo periodo di buio (vedi “La lunga notte dell’informazione italiana”), con la scomparsa dalle notizie dei fatti e l’invasione delle opinioni, ben diverso si presenta il panorama dell’informazione regionale. Che, tranne alcune rarissime eccezioni, da diverso tempo ha l’encefalogramma quasi piatto e, per giunta, negli ultimi mesi ha subito un duro ulteriore colpo, con la chiusura di alcune redazioni regionali del Messaggero. Un’informazione sempre più piatta e omologata, la scomparsa del giornalismo d’inchiesta, ma anche numeri sempre più negativi (soprattutto nel sud della regione) ed una generale arretratezza (basti pensare che per il sito dell’Ordine dei giornalisti delle Marche nella nostra regione esistono solamente giornali e tv locali, visto che non vengono neppure citati i quotidiani on line) stanno pian piano soffocando il giornalismo marchigiano.

Eppure non è sempre stato così, c’è stato un periodo (tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del 2000) che l’informazione locale ha vissuto un periodo di grandissima vivacità, purtroppo durato non a lungo. La nascita di nuovi periodici (settimanali e mensili), la comparsa nel sud della Regione di un nuovo quotidiano (“La Gazzetta del Piceno” con le sue edizioni “Corriere di Ascoli”, “Corriere di Fermo”, “Corriere di Macerata”) avevano dato nuova linfa al sistema dell’informazione marchigiano.

Lo stile frizzante e, per certi versi, irriverente di quei nuovi organi di informazione, l’affermarsi di un giornalismo d’inchiesta, fino ad allora praticamente sconosciuto a livello locale, la diffusione di alcune importanti inchieste giornalistiche su quei nuovi media finì per condizionare tutto il sistema dell’informazione marchigiana. Che, mai come allora, visse una fase davvero interessante. Alcune inchieste giornalistiche di allora anticiparono temi che ora sono da tempo al centro del dibattito politico, dalle liste di attesa (di cui fino ad allora nessuno aveva mai parlato non solo a livello regionale ma anche a livello nazionale), agli sprechi in campo sanitario, dagli stipendi di politici e amministratori, alla denuncia del bussiness che si celava dietro l’allontanamento dei minori dalle famiglie.

Per alcune di quelle inchieste direttori e giornalisti di quelle testate furono addirittura invitati a trasmissioni di approfondimento politico in Rai e a Mediaset (allora Fininvest), senza parlare dell’eco e delle reazioni che provocarono  tra politici e amministratori locali. Addirittura ci fu il clamoroso caso di un sindaco, decisamente sprovveduto ed incauto, che chiese la chiusura di un periodico locale, considerato troppo scomodo e incalzante per la sua amministrazione comunale.

Un periodo per certi versi entusiasmante per il giornalismo marchigiano che, però, non è durato a lungo. Così lentamente l’informazione locale è risprofondata verso quell’encefalogramma quasi piatto, salvo poche eccezione, in cui si trova ora. Una situazione di crisi solo parzialmente fotografata dai numeri e dai dati sulle copie diffuse dai quotidiani locali marchigiani.

Nel 2000 mediamente i quotidiani locali marchigiani avevano una diffusione di oltre 60 mila copie al giorno, ora siamo intorno alle 40 mila copie. E il dato è inevitabilmente destinato a peggiorare visto che, da luglio, sono state eliminate alcune edizioni locali del “Messaggero”. Certo va detto che rispetto a 16 anni oggi ci sono anche i quotidiani on line che, però, a parte qualche eccezione non hanno un gran seguito e, soprattutto, non contribuiscono certo a far lievitare la qualità dell’informazione locale. Anzi , alcuni di questi quotidiani on line hanno introdotto un nuovo modo di fare informazione, il giornalismo “da poltrona. Comodamente dalla poltrona di casa, grazie a qualche comunicato stampa e prendendo spunto dalle notizie che compaiono in altri quotidiani, si può tranquillamente fare un quotidiano on line che riesca comunque a dare qualche notizia.

Va anche detto, per onestà, che rispetto al 2000 è anche crollata la media nazionale di copie diffuse, passate da 5 milioni e mezza circa a meno di 4 milioni. Numeri a parte, se a livello nazionale l’informazione italiana soffre il grave problema della scomparsa dei fatti, soppiantati delle opinioni proprio a prescindere dai fatti, nella nostra regione da anni c’è un’informazione che, nella maggior parte dei casi, quasi si limita a trasmettere e rendere pubbliche le “veline” che arrivano da Regione, Province, Comuni, esponenti politici.

E non è tanto un problema di fare quello che Montanelli definiva “il cane da riporto” dei poteri (in contrasto con la definizione anglosassone di giornalismo come “cane da guardia” del potere), quanto di una mancanza di volontà di cercare le notizie, di scavare e approfondire i fatti per dare una versione al di fuori e al di sopra delle parti. Si cerca il più possibile di non scontentare nessuno, di rimanere in equilibrio senza mai o quasi mai prendere una posizione. Raramente la notizia viene riportata sulla base di approfondimenti propri, quasi sempre si preferisce dare la versione, sulla stessa notizia, di una parte e dell’altra.

Per carità, è vero ed è giusto che un giornalista deve dare spazio alle tesi contrapposte ma qualche volta si può e si deve approfondire e dare la notizia non per come la interpreta questa o quella parte, ma in base a quello che, secondo il giornalista, emerge da approfondimenti, dalla visione degli atti.

Lo scorso anno, ad esempio, è esplosa la polemica tra alcuni sindaci e la Regione per l’aumento delle tariffe per il trasporto pubblico. Da una parte alcuni sindaci, per giustificare gli aumenti deliberati, scaricavano la responsabilità sulla Regione che, secondo loro, aveva imposto l’aumento. Di contro, invece, la Regione sosteneva che veniva comunque lasciata la facoltà di decidere se aumentare o meno le tariffe ai sindaci stessi. Per settimane i quotidiani locali marchigiani si sono occupati della vicenda, riportando di volta in volta le dichiarazioni di una parte o dell’altra. Eppure sarebbe bastato andare a visionare la delibera regionale per scoprire quale fosse la verità (cioè che i sindaci avevano la facoltà e non l’obbligo di deliberare l’aumento).

In un simile contesto sempre più rare sono le inchieste con le quali, inevitabilmente, si rischia sempre di dar fastidio a qualcuno. Cosa che, invece, si cerca il più possibile di evitare, anche quando l’evidenza dei fatti consiglierebbe di un minimo di audacia in più. Come , ad esempio, nel luglio scorso ad Ascoli quando, dopo la Quintana, il sindaco aveva parlato di numeri record (almeno per l’edizione di luglio), con ben 3.600 spettatori e 61 mila euro di incasso. Peccato però che, esattamente l’anno prima, secondo il comunicato stampa del Comune stesso l’edizione della Quintana di luglio aveva fatto registrare al campo giochi “il tutto esaurito, con oltre 4 mila spettatori”.

Nessun quotidiano, però, ha avuto il coraggio o la volontà di evidenziare che, sulla base dei numeri forniti dal Comune stesso, quella di luglio 2016 era stata tutt’altro che un’edizione record, visto che si erano registrate 500-600 presenze in meno. Altro che “cane guardia”, qui l’obiettivo principale è quello di cercare di non scontentare nessuno e, soprattutto, di non “disturbare il conducente”.

Mi ha particolarmente colpito, sempre questa estate, l’assenza o quasi di due notizie, di due episodi accaduti nel capoluogo piceno, che, invece, per una serie di motivi avrebbero dovuto avere ben altra rilevanza. La prima è quanto accaduto in una mattina di luglio in pieno centro (nella zona a fianco dell’ex Cassa di Risparmio), quando un’ambulanza non ha potuto soccorrere una ragazza che aveva accusato un malore perché bloccata dalle fioriere (e dalle macchine parcheggiate di fronte) che delimitano la zona divenuta pedonale. Un fatto di per se grave e di sicuro interesse, ancora più rilevante viste le discussioni e le polemiche che si erano scatenate sulle disposizioni per la viabilità e per i parcheggi che negli ultimi mesi aveva adottato il Comune. Invece quella notizia è passata quasi sotto silenzio, solo qualche trafiletto poco o nulla visibile in qualche quotidiano.

Nessun organo di informazione locale, invece, ha pubblicato quanto accaduto in piazza del Popolo il sabato della Quintana, con il corteo in uscita dal campo giochi dello Squarcia che, proprio in piazza, dove c’è la parte più suggestiva del corteo stesso (con il suo scioglimento), di fronte a centinaia e centinaia di spettatori (tra cui anche numerosi turisti) ha praticamente sfilato nella penombra, quasi al buio.

Un fatto clamoroso non solo perché ha finito per svilire e umiliare la Quintana stessa ma anche e soprattutto perché chiamava in causa il nuovo sistema di illuminazione che tante polemiche continua a provocare e che, proprio in quei giorni, era nuovamente finito al centro dell’attenzione per il problema dei costi (che invece di diminuire sono lievitati). Davvero incredibile che nessun quotidiano abbia dato una notizia che, invece, sui social ha spopolato, con tanto di foto emblematiche della situazione, con lunghe discussioni e interventi di tantissimi cittadini e turisti.

Già perché siamo arrivati a questo punto? Innanzitutto bisogna sottolineare che la situazione dell’informazione nella nostra regione è davvero critica sotto ogni punto di vista. Si chiudono redazioni, quelle che restano ancora aperte pongono i giornalisti in una situazione lavorativa davvero difficile e complessa, sono sempre meno i giornalisti regolarmente assunti e sempre più i collaboratori costretti a sottostare a condizioni ai limiti della decenza, vera “carne da macello” da usare e buttare senza tanti scrupoli.

Ed è chiaro che in questa situazione è difficile pensare di poter fare del giornalismo di qualità, ancora di più del giornalismo d’inchiesta rischiando in un attimo di trovarsi “in mezzo ad una strada”. Poi va detto che, a livello locale, le pressioni nei confronti della stampa, soprattutto nei confronti di editori e direttori, sono più forti e portate anche con mezzi più efficaci.

Soprattutto quotidiani e periodici che si reggono in gran parte grazie alla pubblicità (in diversi casi anche quella istituzionale) sono inevitabilmente esposti a possibili “avvertimenti”, portati quasi sempre con toni concilianti ma, proprio per questo, ancora più pericolosi. E va detto che politici e amministratori locali sono molto più permalosi di quelli nazionali, anche una piccola critica, un articolo che evidenzia che qualcosa poteva essere fatto meglio o in altro modo viene subito visto come qualcosa di personale.

In questi 20 anni che mi sono occupato della cronaca e della politica marchigiana, ho avuto modo di verificare come la maggior parte dei politici locali, tranne rarissime eccezioni, reagisce male alle critiche. Ricordo, ad esempio, un sindaco della costa che cancellava dalle sue conferenze stampa e da quelle della sua giunta quei giornalisti che avevano osato criticarlo, un altro primo cittadino che, invece, arrabbiato per le critiche alla stagione di prosa aveva deciso di non dare più l’accredito stampa alla testata “incriminata”.

Tra i tanti politici e amministratori locali con cui ho avuto a che fare in questi anni devo, invece, dire che quello che ha sempre mostrato una gran signorilità e tolleranza rispetto alle critiche dei giornali è stato l’ex sindaco e ex presidente della Provincia Piero Celani. Che, anche quando replicava, lo faceva con estrema signorilità e senza cadere in quei comportamenti isterici e, a volte, anche intimidatori avuti, invece, da qualche suo collega.

Come quel sindaco di un comune marchigiano che, dopo un articolo nel quale si avanzavano dubbi non sull’intera manifestazione, ma solo su un aspetto marginale della stessa, infuriato chiamò il direttore del giornale per il quale lavoravo per chiedere l’immediato licenziamento di chi aveva osato anche solo sollevare una blanda critica. Evidentemente abituato a essere sempre incensato o, quanto meno, a non essere mai disturbato, anche una pur lievissima critica l’ha vissuta come una sorta di “lesa maestà”.

Ecco, anche pensando a reazioni come questa credo che sarebbe davvero opportuno che il giornalismo e l’informazione locale tornassero a svolgere in pieno il proprio ruolo.

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