La lunga notte dell’informazione italiana


Da tempo l’informazione in Italia non adempie più al suo compito primario, cioè quello di raccontare i fatti. Senza i quali si può sostenere tutto e il contrario di tutto. Da Travaglio a Vespa, dal Fatto Quotidiano all’Unità, viaggio tra le pieghe della crisi del giornalismo italiano

Si fa sempre più cupa e buia la lunga notte dell’informazione italiana. Che, ormai da troppo tempo, non adempie più, salvo rarissime eccezioni, al suo compito primario, cioè quello di raccontare i fatti. Che, poi, è anche l’unico modo per mantenere una certa autorevolezza e credibilità, come dimostrano la Gabanelli e il suo “Report” che, proprio dalla narrazione puntuale e accurata dei fatti, trae la propria forza e, appunto, la sua indiscussa credibilità.

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Sembrano passati secoli da quando Lamberto Sechi, scopritore di numerosi talenti del giornalismo italiano, con il motto “i fatti separati dalle opinioni” trasformava e portava in auge “Panorama”, facendolo diventare in poco tempo il primo settimanale italiano. Oggi quel motto è caduto in prescrizione, sostituito da un altro molto più semplice, pratico e meno impegnativo: “niente fatti, solo opinioni”. Troppo difficile e poco conveniente oggi raccontare i fatti per quello che è diventato il giornalismo italiano. Già, ma cosa è diventato il giornalismo italiano?

Tanti anni fa Indro Montanelli, parafrasando la definizione anglosassone (poi ripresa anche dalla carta europea dei diritti dell’uomo) di “watchdog journalism” (giornalismo come cane da guardia del potere), sosteneva che in Italia troppo spesso il giornalismo è il cane da compagnia o da riporto del potere. Oggi ai tanti “cani da compagnia” che, purtroppo, continuano a far perdere credibilità al giornalismo italiano, si aggiungono tanti, troppi “cani rabbiosi” che non si preoccupano tanto di fare la guardia ai potenti di turno, quanto piuttosto di aggredire verbalmente, umiliare e cercare di distruggere quelli che sono considerati gli avversari da combattere. Per gli uni e per gli altri i fatti sono semplicemente un fastidio, disturbano e rischiano di intralciare le opinioni.

Senza fatti si può sostenere tutto e il contrario di tutto, i fatti spesso possono diventare una complicazione, un fastidio soprattutto quando si fa il tifo (o il tifo contro) un partito, una coalizione, un politico. L’esempio più lampante, in tal senso, è lo scontro durissimo in atto sul prossimo referendum sulle riforme costituzionale. Scontro che non coinvolge solo le parti politiche ma anche i mezzi di informazione. Che, sia quelli schierati da una parte che dall’altra, si comportano esattamente come i peggiori ultras delle due fazioni, cioè non cercando di argomentare le ragioni del si o del no ma con l’uso ripetitivo di slogan ad effetto (“chi vota no è contro il cambiamento”, “se vince il si la democrazia è in pericolo”) o cercando di screditare la parte avversa (“la riforma è stata votata da un parlamento illegittimo”, “contro il no c’è un’armata Brancaleone che va dai leghisti all’estrema sinistra e l’estrema destra”).

La ricerca dei fatti, poi, costa fatica, richiede impegno, sacrificio, conoscenza della materia di cui si sta trattando, obbliga il giornalista a studiare, ricercare, aggiornarsi. In pratica una gran fatica e una gran “scocciatura”, per altro nella maggior parte dei casi inutile e controproducente.  In  un paese dove lo scontro ideologico ha raggiunto livelli inimmaginabili, sono sempre meno le persone che sono interessate a conoscere i fatti, ad approfondire tutti gli aspetti e tutte le sfaccettature di qualsiasi argomento. E, di contro, sono sempre di più gli ultras “accecati” che desiderano da un lato vedere rafforzate (e certo non messe in discussione) le proprie convinzioni, i propri pregiudizi, dall’altro vedere demolito, umiliato, mediaticamente distrutto l’avversario, la parte avversa.

Lo ha capito, chi subito, chi con un po’ di ritardo, il mondo politico comprendendo che non serve più, è quasi controproducente parlare alla ragione ma, piuttosto, all’emotività. E’ più d’impatto ed è più semplice, non richiede un processo di comprensione ma semplicemente di identificazione. E, purtroppo, alla fine anche la maggioranza dell’informazione italiana ha ceduto a questa prassi maligna, abdicando a quello che dovrebbe essere il suo ruolo primario, cioè raccontare i fatti (certo anche esprimere opinioni e giudizi ma sempre legati in maniera indissolubile ai fatti), per seguire l’onda emotiva e anche un po’ violenta di questa o quella parte. Una via doppiamente di comodo, innanzitutto perché, una volta scelta la parte da appoggiare, basta scrivere ciò che la curva vuole per garantirsi applausi e lodi sperticate. Poi perché così, non bisogna neanche sforzarsi troppo a ricercare, approfondire, a conoscere alla perfezione ciò di cui si sta parlando, esprimere l’opinione che la curva vuole sentire o lanciare l’invettiva contro l’avversario lo si può fare anche comodamente dalla poltrona di casa.

In quest’ottica i fatti diventano completamente marginali, se non ci sono o non sono a supporto delle proprie tesi non è importante, si può scrivere, incitare o dileggiare ugualmente. E anche quando ci sono fatti che meriterebbero di essere trattati con dovizia di informazioni, questi diventano solo lo spunto per esaltare e caricare la folla di “seguaci”.

Emblematico, a tal proposito, un articolo apparso ad inizio agosto sul “Fatto Quotidiano”, a firma di  Andrea Scanzi, sulla situazione in Rai. L’articolo prendeva spunto dall’affermazione di Freccero secondo cui Renzi in Rai starebbe facendo cose che neppure Berlusconi ha mai fatto. Argomento di sicuro estremamente interessante, un fatto ben preciso (l’affermazione di Freccero) che ci si aspetta venga motivato e circostanziato con esempi e informazioni nel proseguo dell’articolo. E, invece, nulla di tutto questo, quella pur interessantissima affermazione di Freccero diventa per Scanzi semplicemente il presupposto per vomitare tutto il suo livore nei confronti del presidente del Consiglio. “Renzi non mi ha mai fregato – scrive Scanzi – l’ho sempre visto per quello che è, un goffo pingue e tragicomico bluff gattopardesco, una delle più grandi iatture politiche che potessero capitare a questo paese… rappresenta la politica ignorante epperò tronfia, ridicola epperò vanagloriosa, carnivora e vendicativa epperò buonista”.

L’articolo prosegue fino in fondo su questa linea, senza neppure una parola sull’argomento da cui è partito (Renzi e la Rai) ma con un crescendo violentissimo di espressioni piene di livore. Così, al termine della lettura, resta, per i pochissimi lettori interessanti realmente all’argomento, il mistero su cosa avrebbe fatto Renzi in Rai per essere definito “addirittura peggio di Berlusconi”, mentre Scanzi si è sicuramente guadagnato gli applausi e gli osanna di tutti gli ultras anti-Renzi.

Copione identico dall’altra parte, con il direttore dell’Unità Rondolino che, lo scorso 6 agosto, di fronte alle manifestazioni di protesta degli insegnanti del sud, che chiedevano maggiore trasparenza sulle operazioni di mobilità, invece di cercare di argomentare con i fatti perché, a suo parere, gli insegnanti stavano sbagliando, non ha trovato di meglio da fare che riempirli di offese e insulti. (“analfabeti, fancazzisti, non vogliono farsi valutare perché valgono poco”).

In un crescendo di livore,  dovendo pensare più a sobillare la folla di ultras che ad informare, il linguaggio usato dall’informazione italiana scade sempre più verso il basso, fino ad arrivare agli insulti gratuiti e sempre più pesanti. Emblematico, a tal proposito, l’editoriale del 30 luglio di Marco Travaglio sul “Fatto Quotidiano” che non si fa scrupoli di dare delle cerebrolese ad Alessia Rotta ed Alessia Morani, responsabile della comunicazione e vicecapogruppo del Pd, (“queste due minori del Novecento assurte al rango di “onorevoli” dopo lo sterminio neuronale dei primi anni Duemila”), colpevoli di aver protestato contro il Tg3 che aveva ignorato la notizia del completamento  della Salerno-Reggio Calabria.

Sempre più, spesso, poi i fatti vengono completamente stravolti o usati, con evidente forzature, solo per supportare le proprie tesi. Come hanno fatto, ad esempio, giornali come “Repubblica” e “Unità” (ma anche altri quotidiani) per attaccare sin dai primi giorni, senza neppure aspettare e dare il tempo alle nuove prime cittadine di “ambientarsi”, i sindaci di Roma e Torino, Virginia Raggi e Chiara Appendino. Alla prima, ad esempio, il giornale del Pd dopo appena una settimana dal suo insediamento imputava di non essere “ancora” intervenuta sulle buche nelle principali strade della capitale, come se il primo cittadino dei 5 Stelle in 7 giorni avesse l’obbligo di compensare quanto i suoi predecessori non avevano fatti per decenni…

Contro l’Appendino, invece, a metà luglio si è scatenata per alcuni giorni una vera e propria campagna stampa per la presunta volontà del primo cittadino di trasformare Torino  in “Vegan City”. Su “Repubblica”, “Corriere della Sera”, “Giornale” si sono susseguiti articoli dai titoli sempre più eclatanti (“Carne vietata nelle scuole di Torino”, “Torino prima città europea vegana”) e annunci di iniziative sempre più bizzarre (come quella di riservare buoni e far pagare meno la mensa scolastica alle famiglie vegane), semplicemente sulla base di un passaggio all’interno del programma presentato in Consiglio comunale dal sindaco stesso dove si fa riferimento ad un certo tipo di alimentazione. “Ognuno è libero di mangiare ciò che preferisce e lo sarà sempre– sarà poi costretta a spiegare su Facebook la Appendino – almeno fin quando sarò sindaca di questa città. Non ci saranno buoni per i vegani, menù nelle mense né altre fantasiose iniziative su questa falsariga ma una particolare attenzione sul tema dell’alimentazione”.

Quando, poi, i fatti contrastano e sconfessano in maniera palese la linea sostenuta dai media, allora si cerca di ignorarli o, nella migliore delle ipotesi, di dargli meno evidenza possibile, raccontandoli omettendo parti importanti. Come dimenticare, ad esempio, le violentissime campagne, a suon di articoli e titoloni in prima pagina, del “Fatto Quotidiano”, del “Giornale” e “Libero” contro Errani e De Luca, le cui susseguenti assoluzioni, poi, nella migliore delle ipotesi sono state riportate con un trafiletto nelle ultime pagine, senza minimamente citare le motivazioni delle sentenze stesse che smontavano il castello accusatorio confezionato non tanto dai pm quanto dai giornali. “I fatti vanno raccontati tutti, chi ne censura qualcuno è un disonesto che come tale prima o poi viene smascherato” sosteneva Indro Montanelli.

Ancora più imbarazzante, in proposito, la vicenda Penati, pubblicamente lapidato da tutti i giornali italiani e la cui assoluzione ha provocato l’incredibile reazione di Gianni Barbacetto, che aveva impostato gran parte della sua carriera giornalistica al “Fatto Quotidiano” sul “sistema Sesto” e sul “caso Penati”. “Il sistema Sesto – scrive un furibondo Barbacetto – non è mai andato a processo, nessun giudice ha potuto valutare le prove dell’accusa e gli argomenti della difesa  a proposito delle supertangenti che l’imprenditore Pasini dice di aver pagato a Penati”. Eppure la sentenza di assoluzione con formula piena è chiara, sarebbe bastato leggerla per scoprire che i giudici hanno ampiamente approfondito quello che Barbacetto chiama il “sistema Sesto”, ripercorrendo anche le vicende di quella parte del procedimento poi caduto in prescrizione,  per poi concludere che che “il mercimonio per ottenere favori è successivo all’amministrazione Penati”.

Singolare è, poi, il fatto che spesso uno scoop “inventato”, magari sulla base di una notizia che ha qualche fondo di verità, da un giornale venga immediatamente ripreso e rilanciato da altri quotidiani, senza minimamente preoccuparsi di verificare l’attendibilità dello scoop stesso.

Nel dicembre del 2014, ad esempio, il “Giornale” svelava, con un articolo in prima pagina, come il presidente del Consiglio Renzi sulla spending review “predica bene ma razzola male” visto che nel suo primo anno alla guida del governo le spese per il funzionamento della presidenza del Consiglio sono aumentate, secondo il quotidiano di Feltri, di ben 25 milioni. In realtà, andando a leggere all’interno dell’articolo, la differenza sarebbe di 26 milioni, visto che con Letta la spesa era stata di 458 milioni di euro, mentre con Renzi era passata a 484 milioni. Il bello è che nei giorni successivi il presunto scoop del “Giornale” viene immediatamente riproposto, con stessi titoli e stesso errore matematico, da altri quotidiani “d’opposizione”, da Libero al “Secolo d’Italia” fino, immancabilmente, al “Fatto Quotidiano”, con il direttore Marco Travaglio che, poi, si occupa della vicenda, con il suo solito stile “sobrio”, in un incandescente editoriale nel quale rivolge accuse di ogni tipo al presidente del Consiglio.

Eppure sarebbe bastato leggere il bilancio degli uffici della presidenza del Consiglio (pubblicato on line e visibile a chiunque) per scoprire quello che, in realtà, già si sapeva. Cioè che l’aumento di spesa era stato determinato esclusivamente dal fatto che, tra le spese di funzionamento degli uffici di presidenza, è inserita anche quella relativa alla protezione civile che, nel primo anno del governo Renzi, aveva richiesto un investimento speciale (circa 100 milioni di euro) per gli aiuti per le zone terremotate in Emilia Romagna che, ovviamente, non era presente l’anno precedente nel bilancio del presidente Letta.

Senza quei 100 milioni di euro, che ovviamente nessuno sano di mente può contestare, è evidente che l’annunciata spending review c’è stata e anche in maniera consistente, con una diminuzione di spesa di circa 70 milioni di euro. Naturalmente, una volta che lo “scoop” è stato sgonfiato, nessuno di quei quotidiani ha fatto marcia indietro o, impossibile anche chiederlo, ha ammesso l’errore. Sulla vicenda è calato il silenzio e non se ne è parlato più.

Quando, poi, i fatti sono talmente eclatanti che non si possono proprio ignorare, ecco che si ricorre alla tecnica del “parlar altro”, cioè cercare di spostare l’attenzione su altri argomenti o, nella peggiore delle ipotesi, di costruire un altro fatto, un altro evento che contribuisca a sminuire la portata del primo. Ironia della sorte a svelare questa che è considerata la principale tecnica della disinformazione è stato proprio il direttore del “Fatto Quotidiano”.

Si perché, ironia della sorte, tra i primi a denunciare il grande difetto dell’informazione italiana, la scomparsa dai fatti, c’è proprio Marco Travaglio che già nel 2006, con un libro dal titolo analogo (“La scomparsa dei fatti”), denunciava e spiegava tutte quelle tecniche usate dai media italiani per camuffare le informazioni. Peccato che, poi, anni dopo, lui stesso non si sia fatto alcuno scrupolo nell’utilizzarle tutte. Ad onor del vero, però, va anche ricordato che Travaglio non deve essere più annoverato nella categoria dei giornalisti, visto che nel procedimento per diffamazione intentato nei suoi confronti da Confalonieri, lui stesso, per difendersi, ha sostenuto davanti ai giudici che non fa giornalismo ma satira (che è cosa ben diversa). Un po’ come Biscardi che, per difendersi dalla querela dell’associazioni arbitri, di fronte ai giudici dichiarò che al “Processo del lunedì” si facevano solo chiacchiere da bar, non giornalismo.

Tornando al “parlar d’altro”, secondo Travaglio da sempre il maestro di questa tecnica è Bruno Vespa ed il suo “Porta a Porta”. Come spesso avviene, però, alla fine l’allievo ha superato il maestro, come dimostra la prima pagina di ieri (mercoledì 7 settembre) del “Fatto Quotidiano”, un vero e proprio manifesto del “parlar d’altro”. Non potendo ignorare la notizia relativa al sindaco di Roma Raggi e all’assessore Muraro, ecco che Travaglio costruisce un improponibile paragone con il sindaco di Milano Sala per far credere ai suoi lettori che le due situazioni sono identiche e che la “stampa di regime” si occupa solo del primo caso per colpire il Movimento 5 Stelle.

E’ chiaro che Travaglio non può non sapere che siamo di fronte a due situazioni completamente differenti, anche perché è stato proprio il suo giornale ad occuparsene, per primo, a giugno. E non solo perché la vicenda del sindaco di Milano è nata dalla denuncia di un suo avversario politico (De Corato), e non sulla base di indagini della procura come per la Muraro, ma anche e soprattutto perché gli stessi pm hanno annunciato di chiedere l’archiviazione nel procedimento penale. E, poi, nel caso del sindaco di Milano era in discussione un’autocertificazione, come commissario unico di Expo, nella quale non era stata inserita una casa in Svizzera. Che, però, era stata regolarmente inserita nella dichiarazione dei redditi del 2014 e, quindi, sulla quale il sindaco di Milano aveva regolarmente pagato le tasse. Di quella vicenda, in realtà, se ne occuparono tutti i quotidiani italiani a giugno, ovviamente, però, a Travaglio in questa fase fa comodo ritornarci e far credere una cosa differente.

Ancora una volta, quindi, i fatti non contano, vengono solo usati per non disturbare le opinioni. “Finalmente sono giornalista anch’io e adesso i fatti non mi interessano più” sosteneva Pat Buchanan, direttore della comunicazione della Casa Bianca con i presidenti Nixon, Ford e Reagan.

Un’affermazione ironica che, purtroppo, sembra calzare a pennello oggi all’informazione italiana. Un po’ meno, invece, all’informazione locale. Ma questa è tutta un’altra storia di cui parleremo domani.

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