Tanto rumore per nulla…


Da Marck Zuckeberg a mons. Giovanni D’Ercole fino a Stanislao Acciarri: come presunti scoop, informazioni confuse e notizie volutamente incomplete creano storie irreali intorno al terremoto

Sarebbe stato bello parlare oggi della parte migliore del nostro paese, quella che ci ha fatto sentire orgogliosi di essere italiani in questi giorni ma anche quella poco conosciuta e silenziosa che ogni giorno si occupa in maniera meritevole del prossimo. Me lo aveva chiesto ieri una lettrice commentando l’articolo “Sciacalli tra le macerie” e prometto che presto lo farò. Ma oggi la mia attenzione è stata colpita da tre personaggi le cui storie, raccontate in queste ore dai media nazionali e locali, sono la migliore testimonianza di come tutto il sistema dell’informazione (e tutto ciò che vi ruota intorno) sia preda di un interminabile “corto circuito”: Marck Zuckerberg (Mr Facebook), Mons. Giovanni D’Ercole (vescovo di Ascoli) e Stanislao Acciarri (il pompiere centralinista che ha ottenuto una consulenza da 100 mila euro dall’Asur).

In queste ore le loro storie, legate in diversi modi al terremoto, stanno tenendo banco anche perché alimentate da informazioni sbagliate, mal interpretate e volutamente confuse. Che, poi, puntualmente trovano ampia cassa di risonanza tra i social network finendo per essere ulteriormente distorte,fino al punto di delineare un quadro per nulla corrispondente alla realtà. E in questo sistema impazzito della comunicazione e della diffusione delle notizie ecco che si finisce per creare dei personaggi e attribuirgli delle caratteristiche che, in realtà, non corrispondono per nulla alla realtà. Ed è quello che è accaduto nelle ultime 24 ore quando, grazie alle solite distorsioni dell’informazione italiana, sul palcoscenico sono saliti il grande benefattore (che poi tanto benefattore in realtà non è), l’untore (che però non ha alcuna responsabilità nel terremoto attuale) e il prelato-imprenditore (che pure in questi giorni ha ricevuto unanime apprezzamento per il suo comportamento umanitario nel post terremoto).

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Partiamo dal grande benefattore, Mark Zuckerberg che ieri ha incontrato papa Francesco, il premier Renzi e gli studenti dell’università della Luiss. Sono bastate poche parole pronunciate da mr Facebook (e non bene interpretate da diversi quotidiani locali e nazionali) ed ecco che subito si è diffusa la grande notizia. “Zuckerberg dona 500 mila dollari per le popolazioni terremotate”. Certo, qualcuno ha fatto notare che, solo pochi giorni prima, proprio sui social network si era diffusa la notizia che Zuckerberg avrebbe addirittura donato 100 milioni di euro. Saremmo di fronte ad un drastico taglio ma, in realtà, quella era una delle tante “bufale” che girano in rete mentre ora saremmo di fronte alla dimostrazione della “pura e semplice filantropia” del fondatore del più seguito social network. Che, meritatamente, in poche ore è diventato uno degli eroi dei social, tra lodi sperticate e applausi convinti.

In realtà, però, le cose stanno in maniera un po’ differente, niente 500 mila euro alle popolazioni terremotate ed è lo stesso Zuckerberg a spiegarlo. “Organizzazioni come la Croce Rossa – afferma – stanno aiutando a coordinare i soccorsi. Facebook Italia donerà 500mila euro sotto forma di AD credits alla Croce Rossa che potranno essere utilizzate sulla piattaforma Facebook per promuovere le attività di cui c’è maggiore bisogno “. In parole povere Zuckeberg ha donato 500 mila euro di pubblicità alla Croce Rossa, cioè crediti in campagne pubblicitarie nella sua piattaforma. Per carità, la beneficenza è un atto che ognuno decide se e in che forme attuarla, quindi onore comunque a Mr Facebook quale che sia il suo reale contributo.

Però le notizie errate e le false aspettative generate hanno, poi, avuto come effetto che, una volta capita realmente la sostanza delle cose, sui social network gli elogi e gli applausi si sono trasformati in critiche, invettive fino ad arrivare agli insulti. Così nel lasso di poco tempo a Mr Facebook è toccata in rete la stessa sorte che sta subendo da ieri mattina l’untore, cioè colui che è già diventato l’eroe negativo di questo terremoto, il perfetto testimone di quanto gravi e profonde siano le responsabilità degli amministratori in questa tragedia.

Parliamo di Stanislao Acciarri, ormai da tutti conosciuto come il pompiere centralinista (ma architetto come secondo lavoro) che, grazie all’interessamento della sorella “importante” (ex segretaria dell’assessore regionale alla sanità e attuale consigliere comunale del Pd) , avrebbe ottenuto la consulenza per la verifica del rischio sisma. In realtà si tratta di una vicenda che risale al 2007 e finita all’attenzione della procura di Ascoli già nel 2009. Ma a riportarla a galla ci hanno pensato alcuni quotidiani con titoli che, nei giorni del terremoto, hanno fatto immediatamente scalpore. In poche ore, in un crescendo inarrestabile, quel pompiere centralinista è stato prima dipinto come colui che si occupava di valutare il rischio sismico degli ospedali, poi addirittura è diventato per alcuni media uno dei principali responsabili di quanto accaduto quel tragico 24 agosto.

“Terremoto, gli edifici che non dovevano cadere nelle Marche controllati da un pompiere” ha addirittura titolato qualche organo di informazione, lasciando intuire le gravi responsabilità di Acciarri. Che, in pochissimo tempo, nell’immaginario collettivo è diventato colui che avrebbe dovuto e potuto evitare che un intero paese dell’Ascolano fosse raso al suolo (Pescara del Tronto) e che determinate strutture importanti della zona non finissero tra le macerie. Quasi superfluo aggiungere che, in breve tempo, sui social si è scatenata un feroce guerra all’untore. Che, però, è si protagonista di una storia abbastanza squallida e, purtroppo, tipicamente italiana. Ma che, è bene sottolinearlo con decisione, non ha alcuna responsabilità con quanto accaduto, con i crolli e i conseguente morti che si sono verificati nell’Ascolano.

Stanislao Acciarri, per capirci meglio, non ha mai avuto il compito di fare verifiche in nessuna delle case o delle strutture che sono crollate quella tragica notte e non ha mai valutato il rischio sismico degli ospedali marchigiani. Lo ha stabilito anche l’indagine della magistratura, Acciarri aveva il compito di fare una mappatura delle strutture che rispettavano le norme antincendio (che sono altra cosa rispetto al rischio sismico…) come vie di fuga, estintori, ecc. Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire, almeno per quanto riguarda l’attinenza di questa vicenda con l’attuale terremoto.

Perché poi, terremoto a parte, le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Stanislao Acciarri al Corriere del Sera sono francamente sconfortanti (anche se apprezzabili per la sincerità): “E’ andata così, inutile negarlo. Monica (la sorella “importante”) gravitava nella sanità delle Marche, mi ha segnalato la possibilità, ho fatto il colloquio e mi hanno preso. Senza di lei non avrei mai ottenuto quel posto ma non ho rubato nulla”. La solita vecchia storia del “tengo famiglia” che, ripetiamo, non ha alcuna attinenza con il terremoto ma che evidenzia i peggiori vizi di una certa classe politica. Certo ora dopo le parole di Stanislao e della sorella Monica Acciarri al Corriere della Sera c’è da augurarsi che quest’ultima abbia la decenza di fare un bel passo indietro da ogni ruolo politico-istituzionale e che, dal canto suo, il Pd si interroghi su è opportuno continuare ad avere tra le propria fila simili personaggi.

Qualcun altro, invece, dovrebbe forse interrogarsi sul senso di certi articoli. Ho, infatti, letto attentamente il lungo pezzo pubblicato sul Fatto Quotidiano sul vescovo di Ascoli Giovanni D’Ercole (“Giovanni D’Ercole: il vescovo imprenditore, era a L’Aquila ora è ad Ascoli”) e francamente sono rimasto molto perplesso. Premetto che non ho mai avuto particolare simpatia per il vescovo di Ascoli, forse anche per la mia naturale diffidenza verso le alte cariche, soprattutto ecclesiastiche. Però devo ammettere che ho davvero molto apprezzato il suo comportamento nelle ore successive al terremoto, quel suo spendersi in prima persona per portare supporto non soltanto spirituale ma, soprattutto, anche materiale ai terremotati.

Don Giovanni D’Ercole era a Pescara del Tronto già poche ore dopo la terribile scossa che ha raso al suolo l’intero paese, si è impegnato in prima persona a scavare tra le macerie e a cercare di trarre in salvo quante più vite possibili. Nei giorni successivi è rimasto lì, ad aiutare e, ovviamente, a cercare di portare conforto ai sopravvissuti. Al di là delle simpatie o delle antipatie personali, come si può non apprezzare un simile comportamento, quanti altri vescovi hanno fatto la stessa cosa in simili circostanze? E in quali occasioni l’autore dell’articolo ha avuto lo stesso coraggio, la stessa volontà di impegnarsi in prima persona invece di limitarsi a stare in poltrona ad esprimere giudizi sugli altri?

Per chi non l’avesse letto, l’articolo del Fatto Quotidiano ovviamente non racconta nulla di quanto fatto dal vescovo piceno in questi giorni (d’altra parte, nonostante il nome, da tempo dal Fatto Quotidiano sono scomparsi proprio… i fatti) ma si addentra nella descrizione di un personaggio dalle tinte nebulose, quasi come se il suo essere religioso sia solo una sorta di copertura per poter condurre meglio determinati affari. Non a caso viene descritto come il vescovo imprenditore, più attento a “lottizzare, espropriare, partecipare ad affari” che alle anime dei fedeli. In poche parole tutta un’altra persona rispetto a quella vista in questi giorni. Il tutto, e questo è il punto cruciale di questa vicenda, non sulla base di nuovi fatti o nuove verità, ma semplicemente riproponendo vecchie vicende già ampiamente archiviate e, come i fatti dimostrano inequivocabilmente, completamente differenti rispetto a quanto descritto da alcuni media. In particolare la presunta volontà del vescovo di mettere le mani sulla ricostruzione a L’Aquila e, soprattutto, l’indagine della procura della repubblica che lo hanno coinvolto. Non per truffa, però, come erroneamente continua a scrivere il Fatto Quotidiano ma semplicemente per aver rivelato notizie apprese nel corso dell’interrogatorio.

Avevo saputo che qualcuno dei miei collaboratori avrebbe avuto l’intenzione di compiere una truffa – spiegò poi D’Ercole – e dissi al pubblico ministero che, se davvero c’era questo pericolo, non avrei potuto tacere”. Non a caso sia in primo grado che in appello (addirittura su richiesta del procuratore stesso) D’Ercole fu poi assolto “perché il fatto non sussiste”. E ci sono gli atti dei due procedimenti che spiegano bene la vicenda e non lasciano dubbi in proposito. Ma per il tribunale speciale del Fatto Quotidiano le sentenze contano solo quando fanno comodo e confermano le tesi (sempre colpevoliste) del giornale. E l’assoluzione è solo un particolare irrilevante, il solo essere indagati equivale comunque già ad una condanna. Così come non contano tutti gli atti e i fatti che dimostrano come, in realtà, l’unica preoccupazione del vescovo nella ricostruzione era quella di includere anche gli edifici ecclesiastici nella ricostruzione stessa (altrimenti perché delegare ad altri enti la ricostruzione stessa?).

Ci sarebbe da chiedersi, poi, per quale ragione spunta fuori ora un articolo del genere (con tutte informazioni ampiamente datate, oltre che incomplete) e che attinenza ha con l’attuale terremoto. Il risultato, però, è che in un attimo sui social, che fino a poco prima avevano comunque sottolineato in positivo il comportamento del vescovo, l’umore è immediatamente cambiato. Sono subito rispuntati vecchi articoli (che ovviamente parlano del vescovo indagato ma non della successiva assoluzione in formula piena) e quel religioso dal volto umano che in tanti avevano descritto all’improvviso è diventato un prelato-affarista, simbolo della parte peggiore del sistema ecclesiastico. Una vera ingiustizia perché, a prescindere da quello che ha fatto prima e che farà poi, mons. D’Ercole merita di essere considerato, in questa tragica vicenda, come uno dei tanti buoni esempi, per quanto fatto a partire dalle ore immediatamente successive al sisma ma anche per la sua vibrante e toccante omelia.

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