Sciacalli tra le macerie


Dopo gli imprenditori che, nella notte del terremoto a l’Aquila, ridevano al telefono ecco giornali e giornalisti che speculano sul lutto, non si fanno scrupoli di rubare l’intimità di chi soffre e sfruttano la tragedia per alimentare polemiche e campagne d’odio

Ho sempre amato profondamente la mia professione, spesso idealizzandola. Da ragazzino, quando sognavo di intraprendere quella strada, vedevo il giornalista come un eroe. Crescendo ho ovviamente modificato quella visione così romantica ma mi è sempre piaciuta la definizione di Enzo Biagi “Il giornalista? Lo immagino come un vendicatore capace di riparare torti e ingiustizie”. Oggi, però, devo confessare che forse per la prima volta il mio amore verso questa professione vacilla. Anzi, se è “giornalismo” anche l’indegno spettacolo messo in atto da una larga parte dell’informazione italiana nei giorni successivi al terremoto del 24 agosto allora alzo le mani.

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Come avviene sempre,  quel sisma ha fatto venire fuori la parte migliore del nostro paese, quella che una volta tanto ci permette di essere orgogliosi di essere italiani. Ma, in una sorta di inevitabile contrappasso, è venuta fuori anche la parte peggiore, quella di chi, per motivi materiali o per opportunismo, specula sulla tragedia, non si ferma neppure di fronte al dolore, alla morte. Nessuno potrà mai dimenticare quegli imprenditori che ridevano al telefono, pensando agli affari che ne sarebbero derivati, la notte del tragico terremoto a l’Aquila.

Sciacalli, proprio come coloro che sono  comparsi appena 24 ore dopo il terremoto nella zona di Amatrice dove, poi, uno di loro (fortunatamente italiano, non oso immaginare cosa sarebbe accaduto se fosse stato un extracomunitario…) è stato arrestato.  Ma se oggi chiedessimo in giro chi sono i veri sciacalli in questo terribile terremoto, la maggior parte delle persone risponderebbe “i giornalisti”.

Dopo il primo arresto per sciacallaggio è panico tra i giornalisti” si legge in un tweet, ripreso e condiviso in rete da tantissime persone. E’ dura ammetterlo, ma è difficile non condividere questo sentire comune. D’altra parte gli sciacalli non sono solamente coloro che cercano di introdursi nelle case distrutte per portar via oggetti di valore. Devono essere definiti tali tutti quei giornalisti e quegli organi di informazione che speculano sul lutto, sulla tragedia, sul dolore, che per “vendere” o conquistare più lettori non si fanno scrupoli di rubare anche l’intimità, la dignità a chi si trova già in una condizione disperata. Eppure non è stato sempre così.

Sono stato addestrato al rispetto delle vittime e al pudore dei sentimenti pur impegnato per mestiere a raccontare la fine della vita – scrive il giorno dopo il terremoto Pino Scaccia, storico inviato del tg1 – non è facile fare televisione, fare giornalismo, lo so. Ma il senso di responsabilità, la misura deve essere sempre presente perché si è il tramite con l’evento e la gente a casa vede quello che tu rappresenti”. Non solo il senso di responsabilità e il rispetto delle vittime, ma anche un minimo di dignità e di decenza dovrebbero consigliare di evitare, ad esempio, certe domande che, invece, più volte abbiamo sentito ripetere in questi tragici giorni. Come si può chiedere ad un genitore che ha perso il figlio o ad una persona che ha perso entrambi i genitori “Cosa prova?”. Oppure domandare, a chi in un attimo ha visto crollare la propria casa e con essa anche i ricordi di una vita, “E adesso che farete?”.

Ho vissuto tante volte, dal di dentro l’incubo di un sisma – prosegue Pino Scaccia – ho partecipato all’angoscia e convissuto il dramma di chi ha perso ogni cosa, spesso anche la vita dei propri cari. Porto tutto dentro di me, consapevole di aver attraversato le catastrofi in punta di piedi. Ma adesso tutto è diverso. L’informazione è gridata, ragazzini assatanati non conoscono limiti alla decenza e al rispetto. Vanno sempre oltre, nati e cresciuti dentro una concorrenza spietata. Sono seriamente preoccupato: sta crescendo una generazione simile a un algoritmo, senza lacrime. Robot che non sanno più piangere”. E, aggiungiamo, che non si fermano di fronte a nulla pur di avere qualche particolare “sensazionale” in più. Come se non bastassero i quasi 300 morti, le migliaia di sfollati, i paesi praticamente rasi al suolo e tutta la scia di dolore e disperazione che questo drammatico evento si trascina dietro.

Ero in questi giorni all’ospedale di Ascoli per ragioni personali e ho avuto l’opportunità (e il piacere) di conoscere un 50enne romano che quella notte era a Pescara del Tronto. Mentre era ricoverato nel reparto di cardiologia (in seguito ad un malore dopo oltre 24 ore di lavoro ininterrotto tra le macerie), si è visto piombare in camera un giovane giornalista di una testa locale a caccia di notizie e di particolari da copertina. Il cronista aveva saputo che quell’uomo aveva tirato fuori diverse persone dalla macerie, prima di sentirsi male. Aveva “fame” di racconti “struggenti”, “strappalacrime” e non poteva certo preoccuparsi delle condizioni provate di una persona che tutto aveva voglia tranne che di ricordare quei momenti per lui così drammatici (tra le macerie c’erano i suoi genitori, una figlia, tanti amici). Così, incurante  delle cordiali ma decise richieste di andarsene, è andato avanti e alla fine ha ottenuto il suo articolo da “prima pagina” (per altro zeppo di errori e di informazioni sballate). Ma è possibile che non ci si renda conto quando è arrivato il momento di fermarsi, di non andare oltre?

Tra le tante vicende di questi giorni, due immagini in particolare hanno colpito la mia attenzione. La prima è quella di un inviato del tg3 che “se ne sbatte”  della richiesta di silenzio dei vigili del fuoco e continua a parlare per quasi un minuto. L’inviato sta effettuando un collegamento  per il tg3, di fronte ad alcune abitazioni crollate ad Amatrice. Ad un certo punto si avvicina un vigile del fuoco che gli chiede di fare silenzio perché stanno cercando di sentire se sotto le macerie ci sono altri sopravvissuti, se arrivano lamenti o rumori che possano dare vita ad una nuova speranza. Ci potrebbe essere in ballo la vita di qualcuno ma per quel cronista l’esigenza di dare notizie viene prima di ogni altra cosa e così, incurante degli appelli dei vigili, continua a parlare per quasi un minuto.

L’altra immagine è quella vista tre giorni fa all’ingresso dell’ospedale di Ascoli dove sono stati portati diversi feriti (mentre nell’obitorio prima e nella palestra a fianco poi sono state portate le bare di chi ha perso la vita nel sisma). Poco prima delle scale che conducono all’ingresso si era radunato un gruppetto di ragazzi che, in lacrime, si abbracciava cercando di farsi forza l’uno con l’altra, forse in ricordo di qualche amico o parente deceduto ma anche semplicemente in ricordo del terrore vissuto in quell’orribile notte. Un’immagine “toccante” e al tempo stesso tenerissima, bruscamente interrotta dall’intrusione delle telecamere della troupe di una nota emittente nazionale, che cercava di riprendere la scena,  e dall’insistenza con cui l’inviato al seguito cercava di carpire qualche dichiarazione “ad effetto”  da quei ragazzi. Ho provato un fortissimo desiderio di gettare a terra quelle telecamere e un forte senso di disgusto che, poi, si è trasformato in rabbia nell’ascoltare quello stesso inviato che, nel corso di un collegamento con il tg della sua emittente, evidenziava come gli psicologi avevano spiegato che chi ha vissuto quella tragedia è ora preda di uno “tsunami emotivo” ed ha bisogno di poter sfogare e vivere le proprie emozioni il più possibile privatamente.

Si sfrutta il dolore, si sfrutta il lutto, si sfrutta e si alimenta la paura con titoli e immagini il più possibile “da brividi”, ovviamente sempre e solo allo scopo di attirare più lettori possibili. E allora cosa c’è di meglio che “sparare” in prima pagina un bel titolo in cui si annuncia un’imminente nuova violentissima scossa, sulla base di dichiarazioni di esperti in materia? Che, in realtà, si sono limitati a spiegare come il successivo sciame sismico in genere produce scosse di intensità inferiore ma che, in ogni caso, non è possibile escludere a priori il ripetersi di un episodio di simile violenza.

Se non bastano i titoli ci sono le immagini a diffondere il terrore, a fare scalpore. Come quella pubblicata da un quotidiano locale relativa alla situazione delle strade nelle zone colpite dal sisma che mostra asfalto devastato, strade franate e sprofondate nel vuoto.  Quella foto è di un’altra sciagura ma rende sicuramente meglio l’idea di quelle, comunque non meno inquietanti, reali di alcuni tratti stradali della zona. Però per pubblicare quelle vere bisognerebbe muoversi, andare sul posto, scattare fotografie, correre anche qualche rischio. Molto più semplice fare tutto comodamente da casa, andando a trovare in archivio qualche foto a tema che susciti impressione.

E’ l’esaltazione del giornalismo da salotto che, nel “terremotato” sistema di informazione italiano, produce anche polemiche inutili e completamente infondate. La notte del terremoto, in macchina in fuga da Forca Canapine, con la radio accesa per avere le prime informazioni, ho ascoltato il collegamento telefonico con il sindaco di Amatrice Pirozzi che, ad un’ora dalla scossa più forte, annunciava già la catastrofe ma sosteneva che già erano arrivati i primi soccorsi. Nei giorni successivi lui e gli altri amministratori del territorio hanno più volte sottolineato la tempestività e il gran lavoro svolto dai soccorritori. Eppure, 24 ore dopo il terremoto, non è mancato qualche titolo roboante su presunti ritardi nei soccorsi, probabilmente fatto da qualche direttore che non ha neppure messo piede nelle zone colpite ma che, dalla poltrona di casa, ha sicuramente avuto una visione delle cose migliore di chi, invece, era sul campo.

Neppure il dolore e il lutto, poi, hanno fermato  i dispensatori d’odio, chi fa della polemica violenta (e spesso infondata) la sua ragione di vita. Anzi, un simile dramma è diventato un’occasione irripetibile per alimentare certe polemiche o per continuare la propria guerra “senza confini” nei confronti dell’odiato avversario.  Su tutti “Libero”, il quotidiano diretto da Vittorio Feltri che non ha perso occasione per promuovere la propria campagna “vagamente” xenofoba, riprendendo una delle tante “nefandezze” apparse sui social network: “Perché i terremotati devono stare nelle tende e i profughi in hotel?”. A corollario di questa vomitevole campagna, ecco arrivare cifre e dati assolutamente inattendibili ma che servono a dare un po’ di credibilità (almeno agli occhi ingenui di qualcuno) a queste fandonie. E allora via con lo Stato che fa di più per profughi, per i quali ha speso nel 2015 75 milioni, piuttosto che per i terremotati a cui è sono stati destinati appena 50 milioni. E, immancabile, la solita storiella dei 35 euro al giorno di cui beneficerebbero i rifugiati che piace tanto a quelli che “non siamo noi razzisti, sono loro che sono extracomunitari”.

Giulia Innocenzi (ex collaboratrice di Santoro) è andata giù pesante nel commentare, su twitter, la campagna di Libero, definendoli “topi di fogna”. Certo è che è difficile non pensare alla malafede, perché in caso contrario bisognerebbe pensare che un direttore così anziano ed esperto come Feltri sia completamente disinformato. Perché non bisogna aver vinto il premio Pulitzer per sapere che quei 50 milioni sono solo il primissimo stanziamento del governo, che già considerando solo i costi dell’emergenza l’investimento quanto meno è il triplo rispetto a quello sostenuto nel 2015 per i rifugiati, senza contare che tra ricostruzione e interventi a supporto dei terremotati nei prossimi giorni e nei prossimi mesi i conti si faranno in miliardi e non in milioni. Per non parlare, poi, della solita storiella dei 35 euro che ormai anche i bambini sanno non finire certo nelle tasche dei rifugiati che, invece, ricevono il cosiddetto “pocket money” da 2,50 euro al giorno (75 euro al mese). Ci sarebbe anche da dire che a Gioiosa Ionica i rifugiati hanno donato il loro pocket money (cioè tutto quello che hanno) per i terremotati, ma ovviamente su “Libero” di questa notizia non si trova traccia.

Quanto al discorso sugli alberghi, la migliore risposta è arrivata dai diretti interessati (gli sfollati di Marche e Lazio) che hanno ribadito con forza che non hanno alcuna intenzione di abbandonare la propria terra. Magari, però, si potrebbe pensare ad una bella deportazione forzata di massa per placare l’ira del direttore di quel quotidiano…

Al festival degli sciacalli non poteva non iscriversi il “Fatto Quotidiano” a cui sono bastate poche immagini per “scatenare” la solita campagna d’odio contro il presidente del Consiglio Renzi. Per carità, nessuno contesta il diritto di fare sempre e comunque opposizione da parte del quotidiano di Travaglio ma almeno in queste circostanze un briciolo di buone senso, di sensibilità e di rispetto non guasterebbero. Così basta una foto, quella che immortala l’abbraccio tra il presidente del Consiglio in visita ai luoghi del terremoto ed un commosso (non per la presenza di Renzi ma per la situazione che stava vivendo da ore) vigile del fuoco, per scatenare le ironie, le supposizioni peggiori e tutto il solito campionario di sospetti. Sicuramente saremo troppo ingenui noi e, di certo, quello che si vede in foto non è un pompiere che ha lavorato per ore per cercare di salvare qualche vita ma una controfigura impolverata e messa lì appositamente per costruire un’immagine che ha provocato commozione in tanti ingenui cittadini.

Così come la commozione della moglie del premier durante i funerali di Stato era sicuramente una messa in scena, guidata da una segreta regia che consigliava alla “first lady” quando fingersi commossa fin quasi alle lacrime. Però, poi, tutti quegli abbracci al premier e al presidente Mattarella da parte di amici e parenti delle vittime al termine del funerale sono difficili da far passare come costruiti ad hoc. Allora molto meglio ignorarli, dando invece ampio risalto a due frasi gridate da due unici contestatori all’esterno della palestra (a loro volta zittiti dal resto della folla) per poter costruire, anche nel giorno dei funerali, un bell’articoletto contro il presidente del Consiglio.

Davvero difficile, in un simile contesto, continuare ad amare profondamente una professione che produce e genera queste “schifezze”. Poi, però, per fortuna capita anche di leggere articoli come quello di Sandra Amurri, proprio sul “Fatto Quotidiano”, che con una sconvolgente semplicità, senza dover alzare i toni o andare a cercare chissà quale storia ad effetto, riesce ad emozionare, descrivendo con disarmante naturalezza la situazione che si vive ad Arquata del Tronto poche ore dopo il terremoto. E allora ecco che l’amore per questa straordinaria e unica professione torna a salire…

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